Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di pubblicazioni e film dedicati ai vampiri, un virus contagioso e molto redditizio che spesso con i Vampiri ha poco a che fare. Qualcosa insomma che sa di strategia ben pianificata, di prodotti seriali destinati al pubblico per fare cassa nella maniera più semplice. Vampiri mescolati nella plastica, ripuliti di ogni possibile ambiguità e sparati nelle case di un pubblico di acquirenti la cui età anagrafica si abbassa sempre più. Vampiri che fanno poca paura, molto “stilosi”, molto emo soporiferi, una via di mezzo fra Beautiful e Beverly Hills. Vampiri che non mordono nemmeno più, vampiri buonissimi e bellissimi contro vampiri cattivissimi e molto stereotipati.
Postmoderno prequel di “Dracula” di Bram Stoker, il bizzarro pastiche “The Dracula Archives” apparve nel 1971; per questa sua prima edizione italiana abbiamo dovuto aspettare circa quarant'anni. L'autore, Raymond Rudorff (1933-1992), era un uomo che preferiva restare nell'ombra, e a quanto pare nell'ombra riposa; a quasi vent'anni di distanza dalla sua morte, è discretamente complicato riuscire a ricostruire notizie biografiche credibili e poggiate su fonti di prima mano. Sembra che Rudorff sia stato uno storico e un giornalista inglese, traduttore dal francese e dall'italiano.
Una grande storia d’amore. Questo prima di tutto, prima del generoso budget messo a disposizione per la realizzazione del film, prima delle atmosfere da incubo proposte da Coppola, prima dell’arcinota storia del vampiro per eccellenza: Dracula. Il Conte che – nella fattispecie – resiste al tempo e alla non vita nel tentativo di rincontrare l’amore perduto tragicamente per un inganno crudele. Lui, il Principe dei Carpazi, che la croce l’aveva pur servita, con onore e coraggio, nel giorno più buio della sua vita giurò guerra a Dio e dannazione eterna per le sue vittime.
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