Cercherò di essere breve, di disturbarvi solo per un attimo, per infilarvi nell'orecchio la pulce di questo piccolo capolavoro. Se dalle vostre parti l'autunno è già arrivato a stendere la sua tovaglia di colori, se vi difendete dai primi brividi di freddo con maglioni pesanti e avete trovato il vostro cantuccio invernale di lettura, allora potrete aprire La cotogna di Istanbul. Altrimenti aspettate.
“Un papavero rosso all'occhiello senza coglierne il fiore” è scrittura che s'impasta alla vita per raccontarne frammenti indimenticati e indimenticabili. È il sunto di un'esperienza che tocca i poli opposti di gioventù e maturità senza snaturarsi con la prudenza comoda di chi arriva a dire di sé, trattenuto dalla briglia del senno di poi. È un libretto sottile che racchiude “la scarsa cinquantina di mezze pagine scritte il martedì sulla buccia del Manifesto” da Erri De Luca e la arricchisce con l'accompagnamento fotografico di Danilo De Marco.
“Profughi! Come lo erano stati i miei genitori. Come migliaia di istriani, fiumani, dalmati che gli jugoslavi, tutti insieme, croati, serbi, sloveni, bosniaci, dal 1945 al 1955 avevano spinto a lasciare le terre avite. Le formazioni partigiane di Tito risalivano dal Gorski Kotar, dalla Bosnia, dall'interno della Jugoslavia, entravano nelle città istriane, nelle piazze ballavano il kolo. Agli italiani dicevano: 'Andatevene, questa terra è nostra'. Per chi opponeva resistenza c'era la persecuzione. Le foibe. Ne gettarono a migliaia in quei crepacci, a piedi nudi e con le mani legate alla schiena con il filo spinato. Unica grazia, un colpo di pistola alla nuca. Ma c'era chi in fondo al burrone ci arrivava ancora vivo. Via! Via! Non si poteva restare.
La scrittura ipotetica di David Albahari
Già Illirica, Romana, Bizantina, Ungherese, Veneziana, Napoleonica, Austriaca e Jugoslava, la Dalmazia – oggi parte della Croazia, e salutata impropriamente come “Croazia del Sud” – ospitava una comunità italiana, un’aristocratica borghesia mercantile, non solo nell’enclave di Zara (oggi Zadar), a maggioranza assoluta etnicamente e culturalmente italiana, retta dall’Italia dal 1919 al 1947, ma anche – ad esempio – nelle città di Sebenico (diede i nata
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