Milano, fine anni Cinquanta. Per ripetuti flussi di coscienza e per serrati dialoghi, per sperimentali ombelicali angosce ed esistenziali e borghesi rimorsi, per bizzosi cambi di prospettiva e di punto di vista e incresciosi e velleitari sentimentalismi, Oreste Del Buono dava vita al suo quarto libro di narrativa: “Per pura ingratitudine” (Feltrinelli, 1961) andava assemblando, in tre atti, la contrastata vicenda d'un letterato fallito o giù di lì che viveva storie extraconiugali con una certa incresciosa intensità, e una certa dedizione. A cinquant'anni di distanza mi sembra che abbia perduto in freschezza, e in coraggio; quanto poteva pesare in una società bigotta, un libro come questo, noi non riusciamo neanche a immaginarlo. Peccato.
Berto s'è appena sposato ma non sembra proprio euforico. Dovrebbe essere almeno felice, ma non sembra felice. Sembra preoccupato, più che altro. Lui e sua moglie stanno in viaggio, e lui non ha una gran voglia di pensare. Meglio non pensare. Meglio non capire. Sente che Anna è nervosa, si discute per cose minime. Forse è l'emozione del nuovo, comune inizio. Forse è qualcosa di diverso.
Dramma borghese, generazionale ed esistenziale, “Lo sbaglio” [Rizzoli, 312 pagine, euro 18.50], secondo romanzo della scrittrice tarantina Flavia Piccinni, classe 1986, lucchese d'adozione, è uno spaccato d'un periodo di profonda decadenza e di confusione: individuale, sociale, estetica.
Dalla bandella Einaudi, 1962: “I cinque lunghi racconti con cui si presenta al pubblico questo nuovo scrittore, quarantenne, triestino, di professione impiegato, vissuto finora lontano dalla letteratura e dagli ambienti letterari, sono un prodotto poetico quanto mai raro e curioso: perché questo humour grottesco e straziato, che si condensa in figure e situazioni sempre molto concrete e visibili, affiora sul flusso d'un rendiconto psicologico meticoloso, redatto con una sintassi e un lessico quasi da verbale”.
Apparve in Francia nel 1830, a puntate, sulla rivista “Le Mode”; rispetto al disegno autoriale, rimase incompiuto; finì comunque per insegnare, con aristocratica negligenza e letteraria prepotenza, che il fine della vita civile è il riposo: e che l'arte di animare il riposo è la vita elegante, incomprensibile per chi è abituato al lavoro. E andò insegnando che l'eleganza è espressione di pulizia, armonia, e di relativa semplicità. Perché l'eleganza è ordine. Assoluto.
Nato alcuni anni fa all’interno dell’allora sito web di Tommaso Labranca, e cresciuto con le impressioni avute alle varie edizioni dell’annuale rito laico del Salone del Mobile di Milano, il progetto di un libro sull’estetica perbenista prende forma, grazie ai tipi della Excelsior 1881, alla fine dell’aprile 2011. Ovvero dopo la chiusura della 50ª edizione della kermesse, che ha offerto a Labranca lo spettacolo di un’ampia e più o meno esperta, più o meno danarosa, più o meno ingenua fauna di devoti al Santo Patrono della primavera meneghina: il Design.
“Oggi, quando si dice popolo, si fa della letteratura, una letteratura deteriore, elettorale, politica, parlamentare. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono i giornali. Quel poco che rimaneva della vecchia, o meglio delle vecchie aristocrazie, è diventato piccola borghesia. L'antica aristocrazia, come le altre, è diventata una borghesia dei soldi. L'antica borghesia è diventata una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, non pensano che a questo: diventare borghesi. Anzi, questo lo chiamano diventare socialisti.
"Walter e Patty erano arrivati a Ramsey Hill come i giovani pionieri di una nuova borghesia urbana: colti, educati, progressisti, benestanti e adeguatamente simpatici.
Léon Bloy si definì sempre “Pellegrino dell’Assoluto” e “testimone” e questo libro lo manifesta. Si tratta di una vera antologia dei Luoghi Comuni usati dal Borghese, che Bloy demolisce uno per uno con una foga da picconatore, da demolitore che prova un gusto incredibile nel compiere la sua opera. Bloy è un convertito, nella sua vita è passato dall’anticlericalismo più assoluto a un cristianesimo radicale e, come spesso accade a chi ha attraversato questo tipo di esperienze, avverte in sé l’urgenza di comunicare il nuovo messaggio, a costo di risultare sgradevole o antipatico o di farsi dei nemici e rompere relazioni.
Quando mi hanno segnalato l'esistenza di questo libro, con un sms proveniente dalla città in cui sono nato, e in cui vorrei tanto poter tornare a vivere, sono rimasto abbastanza interdetto: non capivo che interesse potesse avere avuto Giampiero Mughini, intellettuale irrequieto e non sempre decifrabile, un tempo comunista ma poi collaboratore di testate allineate al forzismo, un tempo attore nei film di Nanni Moretti ma poi catodico e sciagurato opinionista di calcio, a parlare di Trieste.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
Dobbiamo tornare ad avere rispetto della povertà. A esserne orgogliosi. A rivendicarne l'essenza. L'integrità. Sul Corriere della Sera, nel 1974, il grande Goffredo Parise insegnava: «Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime barche.
Sino a oggi, mancava un contributo fondamentale per orientarsi a dovere nel dibattito storiografico sul confine orientale, nella drammatica contingenza della Seconda Guerra Mondiale e della questione di Trieste: quello relativo alle relazioni tra partito comunista jugoslavo e partito comunista italiano. Entrambi subordinati all'Urss, i partiti comunisti IT e YU si trovarono tuttavia a dover fronteggiare la dolorosa questione di Trieste, delle cittadine dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara, città storicamente popolate da una maggioranza assoluta di cittadini di lingua e cultura veneta (traduciamo: italiana), mai messa in discussione da niente e da nessuno. Ma la Jugoslavia di Tito le reclamava a sé, mentre l'Italia non aveva intenzione di perderle.
“La mattina rimaneva a casa a studiare. Si preparava all’ultimo esame del primo anno ’Istituzioni di diritto civile’. Doveva portare il primo libro del Codice, quello riguardante la famiglia. Era una lettura appassionante e snervante insieme. Egli riferiva mentalmente tutto ad Anna. La sposa di cui parlava il Codice era Anna. Lo sposo era lui. E la chiesa nella quale si celebrava il matrimonio religioso era il Duomo di Volterra. Egli sentiva il fascino del matrimonio e, insieme, il fascino della religione; ma continuava a credere che la famiglia e la chiesa fossero i due cancri dell’umanità. E Anna non riuscì a strappargli nessuna promessa riguardo al futuro”(pag.71).
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