L’amore, sotto svariate forme e in diverse voci, è il fil rouge di questa raccolta di Tahar Ben Jelloun. Ventuno racconti in cui lo scrittore marocchino, ma francese d’adozione, descrive soprattutto il rapporto tra uomini e donne nella cultura e nel mondo arabo. Alcuni racconti si dispiegano come fiabe, possiedono la stessa levità e lo stesso spietato candore. Raccontare alcune brutture con tale morbidezza non è semplice, ma è una morbidezza da cui traspare, evidente, l’amarezza di chi conosce e ri-conosce la durezza di alcune tradizioni, la brutalità di alcuni atteggiamenti che la civiltà islamica contempla e considera normali.
“Tecnica del colpo di Stato”, sorta di “manuale del perfetto rivoluzionario” d'ascendenza marxista (e di guida per il saggio democratico in cerca d'antidoti: è un testo bifronte, in piena schizofrenia malapartide), apparve originariamente in Francia nel 1931, per Grasset; per la prima edizione italiana (Bompiani) dovemmo attendere sino al 1948. “Proibito in Italia da Mussolini – scriveva Malaparte nella prefazione – costituisce oggi per il lettore italiano una novità, cui la situazione internazionale e quella interna del nostro paese aggiungono purtroppo un interesse di viva attualità.
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
“Sono dovunque le anime a Roma. Come i vivi, vagano tutto il giorno. Come i vivi, non sanno più chi sono”. E vagano per piazza Venezia, i morti, intrecciando il loro destino a noi che siamo rimasti. Allora Roma è una città piena di fantasmi, perduti e confusi, incapaci di ritrovare la strada: vivi, a dispetto della loro morte, ma non sempre a proprio agio con gli altri. Sembra quasi di ritrovarsi, ambientazione a parte, nell'opera prima del giovanissimo Parise, Il ragazzo morto e le comete (1950).
"In alto gli angeli arrotolano il cielo e lo portano via".
Antonio Pennacchi ed Edoardo Nesi hanno raccontato, nei loro ultimi libri, il monumentale romanzo Canale Mussolini (Mondadori, 2010) e il drammatico memoir Storia della mia gente (Bompiani, 2010), la rabbia, l'amore, l'orgoglio e la dignità di due popoli, quello pontino e quello pratese, che hanno saputo imprimere il loro nome nella storia del Novecento.
Il fantasma di Francis Scott Fitzgerald infesta questo romanzo. È lo spettro della decadenza economica, sociale e politica d'una generazione, e d'una nazione, che non credevano di poter ritrovarsi a camminare sull'orlo del baratro con tanta facilità, e tanta impotenza. Chi scriveva questa storia leggeva Fitzgerald nel momento giusto; forse inconsciamente, o forse con un pizzico di malizia. Stiano come stiano le cose, in ogni caso questo è un libro che fa male, fa piangere di rabbia e di tristezza, fa sperare in qualcosa di diverso – nel popolo che torna a camminare per le strade, rivendicando giustizia, dignità, lavoro e diritti.
“Che cosa sono? Che cosa ho fatto finora? Quanto ho raggiunto di quello che m'ero proposto nell'adolescenza? E se non sono niente e non ho fatto niente, perché non ho il coraggio di finirla con una presunzione sterile, che mi trascina a una mediocrità scontenta e ringhiosa, degradante verso la rinunzia? Perché non ho il coraggio di saltare il fosso e mettermi nelle vie comuni dell'azione?” (Tecchi, “Il nome sulla sabbia”, p. 17).
Totentanz di Marburg-Maribor. “E in questa città, tra non molto, il passo di parata volgerà in vorticosa e folle danza di sangue; tutti coloro che oggi marciano al suono di canti e bande diverse, tra non molto si salteranno alla gola.
Ali riceve una lettera. Una busta di carta riciclata, carta giallastra. Riconosce la grafia di Mamed. Poche frasi secche e definitive, “una trovata di pessimo gusto” con la quale Mamed mette fine alla loro amicizia.
La narrazione della storia del legame tra Ali e Mamed è affidata alle loro voci. La prima parte del libro è occupata dal racconto di Ali, la seconda da quello di Mamed. Al termine, troviamo il racconto di Ramon, lo spagnolo convertito, amico di entrambi.
Teoria e tecnica della demolizione del diverso: laddove il diverso è il ragazzo di Destra. Tutto il secondo Novecento è stato caratterizzato, in Letteratura, da un gioco al massacro della minoranza libertaria, ribelle e irregolare; il cliché del giovane violento, intollerante e lunare, espressione d'una subcultura infausta, brancaleonide e degradante, ha inquinato l'ispirazione degli artisti, soddisfacendo al limite la superba smania di distruzione dei santi patroni dell'egemonia culturale. L'obbiettivo non era il giovane liberale: la sua destra, snob e ben istituzionalizzata, vellicava il due percento, era l'espressione del distratto impegno di una minoranza di grandi professionisti; in quel caso davvero si poteva glissare.
Il romanzo di Patrick Dennis, che altri non è che uno degli pseudonimi utilizzati dallo scrittore Edward Everett Tanner III, venne pubblicato, per la prima volta negli Stati Uniti nel 1955, dopo essere stato bollato come “Invendibile”, e quindi rifiutato, da diciannove editori. Solo la Vanguard Press, dopo aver rassettato il lavoro di Dennis e trasformato i racconti in un corpus romanzesco, grazie al lavoro dell’editor Julian Muller, lo pubblicò. Fu uno dei successi più clamorosi della narrativa americana del ‘900.
Vincent van Gogh non era pazzo. E se proprio pazzo lo si vuol definire, per prendere fiato davanti ai suoi dipinti e al racconto della sua vita, la sua era una pazzia molto speciale. Questa è la tesi che Giordano Bruno Guerri, il più antiaccademico e informale storico italiano, sostiene in un libro che ha dedicato al padre della pittura moderna.
Commenti recenti
8 min 40 sec fa
1 ora 16 min fa
11 ore 33 min fa
12 ore 4 min fa
12 ore 54 min fa
13 ore 44 min fa
20 ore 2 min fa
20 ore 25 min fa
20 ore 29 min fa
20 ore 30 min fa