Leggere un libro come “L’ascensione di Roberto Baggio” a firma di Matteo Salimbeni (drammaturgo e autore di due e-book su Ibrahimovic e Pazzini) Vanni Santoni (autore del bel “Se fossi fuoco arderei Firenze”) in giorni come questi di calcio scommesse, calciatori arrestati e conti cifrati in Svizzera fa un certo effetto. Si fa davvero fatica a credere allo spettacolino messo in scena da ragazzini viziati su un rettangolo di gioco da cui un giorno scomparirà anche l’erba vera e propria.
Sulle tracce di Roberto Baggio, il Divin Codino, il Pallone d’Oro, il Coniglio bagnato, il campione “non da record, traguardi, medaglie”, ma “una cosa più bella. Più alta dei podi, più indissolubile dell’oro”. Ripercorrendo la carriera di un giocatore unico nella storia del nostro calcio, Vanni Santoni e Matteo Salimbeni in “L’ascensione di Roberto Baggio” ci portano all’interno di un “lunghissimo corteo di ricordi che si intreccia alla vita di una nazione e ne diventa coscienza collettiva”.
C'è il ragazzino coi capelli ricci che cerca con discreta convinzione il famoso libro "Storia di una calimera", il cliente che telefona e si offende quando si rende conto che il numero che ha composto non corrisponde a quello della libreria che pensava, la signora che snocciola tessere su tessere senza trovare quella giusta per l'acquisto in libreria, il papà con figlia adolescente al seguito che si indigna perché il "commesso" non sa nulla dell'ultimo libro scritto da uno degli insegnanti del programma della De Filippi. Senza contare la torma di gente che, come un'orda barbara, invade la libreria nel periodo natalizio o durante la riapertura delle scuole.
"Camera mia è un ammasso disordinato di oggetti ed emozioni. Come casa mia, come la mia testa. E l’ultima cosa che cerco è qualcuno che sia in grado di metterle in ordine. Quello che cerco è qualcuno che sia in grado di cambiare posto alle mie cose ogni giorno. Alle mie emozioni, ai miei pensieri. Qualcuno che mi fotta la testa, non che cerchi di mettermela a posto. E per poter fare questo, bisogna essere in grado di lasciarsela fottere la testa. Di lasciarsi disordinare da qualcuno. Di lasciare che ti rapisca.”
Classe 1967, Roberto Baggio da Caldogno era uno che giocava con un'eleganza e una fantasia che sembravano semplicemente rinascimentali. Era nato per Firenze. Il destino era stato didascalico: dove poteva finire per giocare, quel ragazzo che aveva bellezza e grazia nel sangue, se non nella città di Dante? Ma l'Italia degli anni Ottanta e Novanta non conosceva saggezza, e forse non aveva voglia di ospitare leggende. E fu così che Baggio finì per diventare juventino, milanista, bolognese, interista, bresciano; tutto fuorché fiorentino, tutto fuorché artista fedele a una e una musa soltanto.
Mi si darà del pazzo se comincio questa recensione confessando che le pagine migliori dell’ultimo libro di Gianluca Morozzi “Chi non muore” sono tre: le due iniziali, pagina 13 e 14 e l’ultima, la 278 ma purtroppo non saprei come altro cominciare e perdonatemi per questa libertà che mi prendo.
Una scrittura veloce, che non lascia quasi spazio al respiro, un romanzo colmo di personaggi e di azione, che riesce a prenderti e trascinare la lettura pagina dopo pagina. Sono storie che si intrecciano, quelle narrate in Piazza dell'Unità, che ruotano attorno ad immigrati, di prima e seconda generazione, ai loro sogni, le loro aspettative, e gli italiani che li osservano, come vicini di casa, poliziotti, insegnanti. Mentre però i protagonisti tra gli stranieri, diciamo così, rimangono gli stessi, gli italiani che ruotano al loro fianco sono quasi sempre diversi. Lo scrittore, Maurizio Matrone, è un ex-poliziotto con all'attivo vari romanzi, sceneggiature tv, saggi, e certo queste esperienze si riflettono nelle pagine che scorrono forti sotto gli occhi.
L’idea di partenza della curatrice di questa raccolta di racconti, Katharine Schmidt, appariva interessante: riunire nove scrittori attorno ad una notte, lasciandoli liberi di descrivere un’ora precisa dalle 21 alle 6.00. Peccato che questa idea resti solo un’intenzione e viva di pochi momenti davvero interessanti. D’altra parte l’idea di un’antologia di racconti è già di per sé qualcosa di molto problematico e rischioso, dando spesso l’impressione più di un accumulo di racconti, di un’esperienza estemporanea che non lascia tracce.
Quando sono libera da impegni di lavoro partecipo ad una iniziativa gestita da volontari presso l'Hospice di Castel S. Pietro Terme (BO). Si tratta del “Thè del Venerdì”, un progetto pensato e promosso già da alcuni anni dal personale sanitario dell'Hospice stesso. Ogni venerdì pomeriggio nella “Tisaneria” dell'Hospice, che funge abitualmente da soggiorno per pazienti e le loro famiglia, si offrono thè, bevande, torte e chiacchiere a chiunque si trovi in quel momento all'Hospice, quindi i pazienti, i visitatori, il personale sanitario.
Chiamati a ripetere un disco d'esordio folgorante e spiazzante molti gruppi e cantanti finiscono inevitabilmente per perdersi. La storia della musica e non solo è colma di episodi del genere e si correva il rischio che anche gli Offlaga Disco Pax chiamati a rinverdire i fasti di Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione) sfornassero una seconda prova interlocutoria se non una copia sbiadita dell'esordio.
I rischi risiedevano proprio nelle loro maggiori qualità: racconti declamati da Max Collini con un sottofondo musicale che guardava agli anni '80 (i Suicide e i Kraftwerk) e ai maestri italiani CCCP e Massimo Volume.
Marilù Oliva debutta nella narrativa con Perdisa Pop nel 2009 pubblicando l’ottimo Repetita, nerissima storia di nevrosi e sesso che racconta un’infanzia di abusi e solitudini, ma scrive da tempo per riviste letterarie e web-magazine come Thriller Magazine e Carmilla.
“L'abisso” [Fernandel, 2007] di Gianluca Morozzi è un romanzo fondato su un concetto molto semplice: l'angoscia del bugiardo. È un divertissement paranoico e ansiogeno, caratterizzato dalla solita freschezza e dalla solita immediatezza d'uno scrittore ragazzone che, quando è il caso, sa fregarsene della trama per concentrarsi sulla trasfigurazione e sulla rappresentazione dei sentimenti. In questo frangente, un po' come in “Blackout” [Guanda, 2004], fonte prima d'ispirazione è un contesto claustrofobico. Un contesto claustrofobico incubotico.
Prendi la rabbia e la passione rock di “Despero” di Morozzi, ibridale con un pizzico di sacrosanta sensibilità sociale e con una storia d'amore adolescenziale, ingiusta, bugiarda e sfortunata; shakera il tutto con l'incontro di un piccolo Jim Morrison con un produttore diverso da Paul Rothchild, proprio come succedeva nel film di Stone, e t'avvicini a un romanzo d'esordio che sembrerebbe giovanile e prevedibile. È qui che interviene il fattore Rotino.
"Omero e altri uomini illustri" nasce da una raccolta di otto racconti, storie diverse tra loro, ma legate da una comune attenzione alla vita e alla realtà. Il Libro, premio Iceberg 2009, è breve, veloce, scorrevole, senza essere leggero. Ad ogni parola sembra corrispondere una serie di situazioni visive, emozioni e contesti culturali ben dettagliati. L'autore si prodiga in una prosa ai limiti dell'ipertestualità narrativa, con continui riferimenti e similitudini. Non sbaglio, credo, se lo definisco un piccolo prontuario di epica anti-eroica contemporanea.
“Il lungo esodo” (Rizzoli, 2005) è un saggio equilibrato, ben documentato e illuminante: argomento principe, esodo e ragioni dell'esodo dei giuliano-dalmati, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1954. Pupo riesce nella complessa impresa di offrire uno spaccato delle ragioni di tutti: dei vincitori della guerra, ossia i popoli slavi all'epoca confederati nella Jugoslavia, e degli sconfitti, ossia il popolo italiano che viveva in territori e città fondate dai loro antenati, nell'Istria Costiera, a Fiume e a Zara, e s'è ritrovato costretto a fuggire dall'occupazione militare comunista slava, dopo aver subito terrificanti violenze, cercando una difficile ospitalità in tante città italiane e poi all'estero (Australia in primis).
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