Dopo la pubblicazione in Gran Bretagna nel giugno 2010 (200.000 copie vendute) e negli USA a inizio 2011 (7 edizioni in 8 mesi), esce nel nostro Paese, con Bollati Boringhieri, Un’eredità di avorio e ambra, che può essere definito uno dei casi letterari dell’anno. L’autore, Edmund de Waal - olandese per parte di padre, nato a Nottingham nel 1964, residente nella capitale britannica, dove vive e lavora - critico, storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster, è uno dei più famosi ceramisti inglesi. Inoltre è curatore del Victoria & Albert Museum di Londra.
Gli scrittori polemisti non esistono più?
Non è questo evidentemente il punto precipuo che interessa a Bruno Pischedda, autore della raccolta di saggi Scrittori polemisti
(Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, Eco). Gli autori qui esaminati, concentrati in un tempo preciso del secolo scorso compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta si differenziarono rispetto alla generazione precedente per la loro uscita dal paradigma gramsciano dell’intellettuale organico. Quand’anche “di sinistra” infatti, lo furono in modo problematico, mai sereno o compiuto, in nessun caso marxisti a pieno titolo e nemmeno neo-illuministi senza se e senza ma (a parte forse Arbasino).
Nel giorno della memoria si dimentica spesso Emanuele Artom. Forse perché ebreo sì, ma partigiano. Meglio ancora: nella suddivisione a compartimenti del dolore o si appartiene ad una categoria o ad un’altra. Sarebbe ricordata la sua figura, a imperituro ricordo, se fosse stato deportato (rischio a cui andò incontro spesso) e finito in un campo di concentramento. Morì invece, perché sfinito dalla sevizie e dalle violenze a cui fu sottoposto sin dal giorno della sua cattura il 26 marzo del ’44, il sette di aprile dello stesso anno.
Agite da una depravata solitudine, le pagine di scritturale bulimia del Moresco di ‘Lettere a nessuno’ , si discostano quel tanto che basta da non poterle né annoverare in toto tra gli esempi di breviario autobiografico né tra quelli di sardonico pamphlet di denuncia. Sostanzialmente, queste Lettere con nessuno, sono sì un atto di accusa contro il gotha d’apparato della cultura nazionale ma sono soprattutto la registrazione sismica delle paranoie, delle eresie e delle frustrazioni private di uno scrittore dis-attuale e perciò inaccettabile.
Magris ha scritto che questo romanzo è un piccolo gioiello che può appassionare lettori molto diversi tra loro: lo studioso che va a scoprire la storia degli attriti nazionalistici tra sloveni e austriaci nella Krajna, e del successivo ingiusto esilio degli austriaci, e il profano che va ad appassionarsi alla storia della famiglia dell'autore e a tutti i suoi intrecci storico-politici, come se si trattasse d'un giallo.
Dedicato alla memoria di Ryszard Kapuscinski, probabilmente assieme a Tiziano Terzani il più grande reporter del ‘900, La terra del vello d’oro del polacco Wojciech Gorecki è un bellissimo reportage su un piccolo paese, la Georgia, che in tempi recenti è salito alla ribalta internazionale prima grazie alla pacifica rivoluzione delle rose del 2003 guidata dal carismatico Michail Saakashvili, poi, nell’agosto 2008, per la guerra dei cinque giorni con la Russia.
Ci sono libri che vanno letti. Sempre. Nei quali però non si deve cercare l’ultima parola su un certo argomento. Ma neppure, maliziosamente, la penultima. Vanno letti, se ci passa l’espressione, perché “vaccinano”. E liberano il lettore dal pericolo del sapere a buon mercato e dai giudizi superficiali dei parassiti dell’editoria. E che una volta chiusi mettono al riparo il lettore, anche di buona o discreta cultura, dalla velleità di riuscire a sapere tutto su un certo argomento, e magari con modico impegno.
Mai accettare “passaggi” da sconosciuti…
Giacomo Marramao resta sicuramente il filosofo politico italiano più interessante per ricchezza di pensiero e sistematicità. Nonché per qualità di scrittura. Gli appartiene infatti una chiarezza di parola sconosciuta ad altri, pur illustri colleghi, come Massimo Cacciari e Carlo Galli.
Ci ha da poco lasciati Ivan Illich (1926-2002) e con lui se n’è andato un uomo dal grande coraggio, capace di affrontare vis-à-vis il comune modo di pensare, di sovvertirlo, sezionarlo, metterne in luce gli aspetti più controversi e ridicoli. Con tesi atrocemente anticipatrici, a volte agghiaccianti, Illich fu un profeta, un profeta trascurato, un intellettuale nel senso più nobile che si possa attribuire a questo termine. Non c’entrano cartomanti e veggenti, fu profeta, così come l’uomo che sa leggere con profondità, con estrema lucidità, il presente, l’attuale, colui che sa evidenziare la Verità tra gli sguardi della massa ignorante.
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