"Ho sempre sentito un'affinità per la musica blues: la cultura dei"cantastorie" attraverso la musica mi affascina e mi attrae incredibilmente. Il blues ha una grande risonanza emotiva e rappresenta l'origine della musica popolare americana." (Martin Scorsese)
Questo libro (sottotitolo “Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz”) è davvero un classico; se però riprendiamo la nozione calviniana fin troppo nota non so se facciamo un favore al lettore, perché dalla narrativa alla saggistica le cose cambiano: ciò che dà valore alla proposizione di Calvino è il fatto che parlava di letteratura. E la letteratura - il paradosso è solo apparente - si salva, quando si salva, e dura nel tempo (alcuni suoi frutti diventano “classici”) in virtù e per lo più della sua rinuncia a pronunciare delle verità assolute.
Assistendo al quotidiano spettacolo messo in scena dai mezzi d'informazione viene da chiedersi se l'Africa (ma questo vale anche per l'Asia e l'America Latina) esista ancora fisicamente e se il mondo in cui viviamo sia realmente ancora quello rintracciabile su un Atlante Geografico.
Tutto il blues dalla A alla Z. A scriverne, un esordiente d'eccezione: il musicista Fabrizio Poggi, armonicista classe 1958, anima dei Chicken Mambo, popolari più negli States che da queste parti. Il blues, "unica musica popolare realmente americana", nasce negli hollers e nelle work songs dei neri, diventate uno stile solo col passare del tempo. È uno dei pochi stili in cui i silenzi e le pause sono importanti quanto i suoni. "Less is more", insegnavano i vecchi maestri, e Poggi è uno di loro. Robert Johnson sarebbe orgoglioso di lui.
Ho letto questo romanzo di Lansdale, o meglio, riletto dopo un paio d'anni, subito dopo aver terminata la lettura de “Le onde” di Virginia Woolf. L'effetto, sul momento, è stato straniante. Come uno spumante dopo un brunello, per dire. Tanto pastoso e meditativo quest'ultimo quanto frizzante il primo. Non sono troppo certo di questo parallelismo, ma si fa per dire. Comunque una lettura che mi ci voleva, credo, per disintossicarmi dalla Woolf. La scrittura di Lansdale è piana, scorre via sotto gli occhi come i paesaggi dal finestrino di un treno, ma riesce a non essere mai banale, e tratta temi, a quanto ho letto anche nelle altre recensioni apparse qui su Lankelot, interessanti ed in modo piacevole.
Erano gli anni che si potevano affittare i cd. Erano gli anni in cui avere più di dieci cd era un lusso. Erano gli anni che per poter trovare la mia musica, mi avventuravo in viaggi interminabili con ogni autobus, metro e treni. Giravo alla ricerca di ogni piccolo negozio, 'bugigattolo' ,'robivecchi' che mi potesse offrire una alternativa allo scoppio imperante e distruttivo del pop italiano. Ed eccomi li dal mio "ciddicaro" di fiducia, pronta a fare come si suol dire la spesa. Girando per quei magnifici meandri, fui rapita da questo nome:"Morphine". Morfina...
Parlare di un disco come “Grace” non è un'impresa facile: Jeff Buckley era una delle voci più intense degli anni Novanta, e la sua opera prima un’affascinante e incredibile disco d’esordio. Musica e voce si uniscono, in “Grace”, regalando attimi di grande emozione, esplodono in ogni singola nota scaricando ovunque energia e pathos. Le canzoni contenute in quest’album del 1994 sono una perfetta sintesi di armonia e potenza vocale, di sentimento ed eleganza musicale.
La musica è un bene prezioso. Un uomo può perdere tutto, ma la musica lo accompagnerà sempre, ovunque vada. La musica è come un faro che illumina la vita, la rende speciale, degna di essere vissuta, e questo documentario musicale di Martin Scorsese sembra testimoniarlo in ogni inquadratura. La pellicola del regista americano, infatti è un omaggio appassionato e sincero al Blues, la "musica del diavolo", la musica dei "neri de Mississippi", che dietro la sua enorme carica emotiva nasconde tutta la rabbia di un popolo a cui è stato portato via tutto, ma al quale non potranno mai essere strappate via le radici e la cultura che lo legano alle lontane terre africane.
Il Sole è come uno stiletto che penetra interamente nel cervello. Niente raggi divisi, ma un tutt’uno che fonde la materia cerebrale e provoca allucinazioni. Tutt’intorno è polvere, sabbia e deserto e questa non è un’allucinazione. Il silenzio è totale, nemmeno un minimo refolo di vento a fischiare nelle orecchie: è un’esperienza traumatizzante per un povero abitante della società occidentale. Immersi come siamo nei rumori più vari, confondiamo il silenzio fittizio con il silenzio reale e assoluto. Ricordo chi me ne parlò per primo, tanti anni fa.
Jeff Buckley, morto annegato nelle acque del Missisippi a soli trenta anni, e “Grace”, il suo solo disco.
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