Apparentemente la vicenda di "Palace of the End", prima traduzione in italiano di Judith Thompson ad opera di Neo Edizioni, potrebbe essere un ottimo esempio di ciò che Hannah Arendt definì come banalità del male. Le tre voci narranti ci accompagnano in altrettanti monologhi, originariamente scritti per formare un trittico teatrale.
“Quello del bene del pianeta non è un vero problema. È un blocco di pietra, abitato da ammassi di molecole autoreplicanti che chiamiamo forme di vita, lo scopo delle quali è di invertire l'entropia per il periodo più lungo possibile, catturando l'energia dal sole o da altre forme di vita. L'ecosistema non è altro che il flusso dell'energia intrappolata da queste forme di vita. Non ha valori, non ha desideri, né richieste, non offre né riconosce la crudeltà o la gentilezza. Come le altre forme di vita, viviamo solo per riprodurci. Siamo diventati così complessi solo perché questo ci consente di sfruttare più energia. Un giorno, la selezione naturale ci bandirà dal pianeta” (Monbiot, “Apocalisse quotidiana” , p. 69)
Qui culpae ignoscit uni, suadet pluribus.
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