Tributo fin dal titolo al ciclo di poesie della Kolmar sugli stemmi delle città tedesche, cui lo scrittore dedica l’avvio del suo saggio e il denso capitolo conclusivo, tra i più coinvolgenti dell’intera trattazione, questo volume sulla poesia della metropoli intreccia alcune delle voci più rappresentative dell’umore e della cultura berlinesi alle opere degli artisti contemporanei che le accompagnarono, ponendosi in molti casi come loro fonte d’ispirazione.
Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
“Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare.” Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.
Spiegare la guerra ai bambini non è semplice. Così come non è semplice far comprendere loro l'orrore della morte e della distruzione che ogni guerra porta con sé. Eppure è fondamentale che anche i più piccoli, giunti ad un'età adeguata, vengano messi a confronto con gli episodi più tristi della nostra storia.
Nato davanti a una tazza di caffè gustata sotto un pergolato di Sindelsdorf, il Blaue Reiter è un movimento molto diverso da quello della Brücke (Dresda, 1905-1906), e dunque dall’espressionismo. Ciò è dovuto al suo rapporto fortissimo con l’eredità del romanticismo tedesco e al contatto con gli artisti russi, legati all’ambiente simbolista, cose che lo espongono all’influsso di dottrine esoteriche.
C’è una scena del film “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler” diretto da Oliver Hirschbiegel, con uno straordinario Bruno Ganz nelle vesti del Furher, che mi è rimasta impressa visione dopo visione ed è quella che ritrae Adolf Hitler in compagnia di Albert Speer che ammirano il plastico della nuova Berlino, la futura Germania, mentre fuori dalle finestre la città è completamente in rovina, ridotta ad un cumulo di macerie. La guerra è definitivamente persa ma Hitler continua a credere che quel sogno sia ancora realizzabile. Follia che si mescola all’idiozia ma anche qualcosa di diverso, qualcosa che sfiora il nucleo più profondo di un sogno irrealizzabile. Quello di un’idea fondata sulla morte.
Vibrazioni di una metropoli. Metamorfosi al nero, scandita dagli ambienti della tecno. Gradazioni e risonanze fotografate dalla notte all’alba, intenso lirismo di una città al risveglio. Ritmo della capitale confuso alla sinfonia elettronica di un corpo urbano e umano in continuo movimento.
Se “Afraid To Dance” disco dei genovesi Port-Royal, uscito nel 2007 per l’etichetta inglese “Resonant”, fosse stato registrato da un band non italiana, sono sicuro che avrebbe potuto godere di un maggiore successo nella nostra penisola, visto che al di fuori dei nostri confini sono un gruppo molto stimato ed apprezzato da critica e pubblico. Avrebbe forse sfondato non solo fra gli ascoltatori più attenti e gli addetti al mestiere ma anche fra coloro che amano determinate sonorità ma che non si aspetterebbero mai che esista un gruppo italiano capace di realizzarle.
Il romanzo d'esordio di Jaroslav Rudiš si beve tutto d'un fiato, una di quelle opere prime che rivelano freschezza ed ironia sin dal titolo. Le pagine de "Il cielo sotto Berlino" si leggono come un disco punk scanzonato e lo-fi, ma si vivono con un retrogusto più pop ed eighties, un po' alla Nouvelle Vague. Rudiš, classe 1972, sceneggiatore, giornalista e drammaturgo, propone una Berlino in jeans strappati e t-shirt dei Die Toten Hosen. Voce narrante è Petr, giovane insegnante praghese che scappa a Berlino nel canonico inseguimento dei propri sogni rockettari.
«Con pochi, ma coraggiosi alleati...dobbiamo farci carico della difesa di un continente che, in larga misura, non lo merita.» (Joseph Goebbels, 1944)
«Assistendo a questo film, non si può fare a meno di serrare i pugni per la rabbia...questo film incita alla lotta e infonde la certezza della vittoria.» (Roman Karmen, cineasta sovietico, 1942)
Non c'è che dire, William Vollman è un autore che ama rischiare e confrontarsi con tematiche e ambientazioni che metterebbero a dura prova gran parte degli scrittori contemporanei e con «Europe Central» del 2005 (e uscito in Italia nel 2010) non si smentisce nemmeno questa volta.
Che scriva di prostitute, tossici, Vichinghi, naziskin, guerriglie
“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen.
“Ich habe fertig”, cioè “Io sono finito”, dichiarò Trapattoni al termine d'una memorabile conferenza stampa in Germania, qualche anno fa, guadagnandosi la simpatia di tutto il mondo: incazzato come una iena, aveva confuso il verbo “essere” con il verbo “avere”. Forse è una coincidenza o forse no, sta di fatto che il protagonista del libro di Brussig, scrittore tedesco classe 1964, moderatamente calciomane, ex grande tifoso della (scomparsa) Dinamo Berlino, si chiama proprio “Fertig” di cognome. Non c'è tifoso o appassionato di calcio nel mondo che al solo suono di quella parola non si ritrovi a ridere, ormai inconsciamente, istantaneamente.
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell'Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di “C'era una volta il Muro” di Matteo Tacconi, giornalista (“Limes”, “Europa”) e scrittore (“Kosovo”, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.
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“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
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