Che succede quando un poeta e un narratore come Andrea Di Consoli, artista lucano classe 1976, decide di sperimentare la nuova strada del giornalismo d'inchiesta? Succedono fondamentalmente due cose. La prima, è che i suoi lettori e i suoi ammiratori rimangono disorientati e spiazzati: come, si chiedono, un integralista dell'arte letteraria, uno scrittore puro si concede al reportage su un fatto di cronaca nera di quasi venticinque anni fa? Man mano, sfogliando il libro, capiscono qualcosa. Capiscono che l'argomento trattato ha a che fare con la sua poetica, con l'essenza e i contrasti del suo territorio, con la sua fame antica di verità e giustizia.
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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