L’ambiente editoriale costituisce lo sfondo dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, L’esordiente, che racconta la storia di uno scrittore a lui molto somigliante, nei mesi a ridosso del più importante premio letterario italiano – o del più triste, indovinate quale.
I lettori coraggiosi, e pazienti, si facciano avanti! Aprendo le pagine di Istanbul era una favola ci si addentra nella scrittura che un amico ha efficacemente definito “un enigma letterario”. Bisogna essere disposti ad essere disorientati e spaesati per più di ottocento pagine, seguendo una scrittura ondivaga, allusiva, eterea, a volte quasi priva di un referente. Siamo di fronte al tentativo di un complesso recupero di una 'geo-storia etnica' che dà come risultanza lo scrittore e quindi il romanzo, sviscerando le carni di una complessa famiglia di personaggi, passandone in rassegna i traumi o le piccole conquiste.
“Non eravamo più niente, signor giudice…”. Questo l’incipit di quasi tutti i capitoli di “Malacarne”. Parole che si ripetono come una cantilena e che, ogni volta, portano a sprofondare nel vuoto di un annientamento che passa attraverso la violenza e la negazione di qualsiasi umanità.
Un racconto? No, decisamente no! Forse un suo travaglio, una contorta gestazione. Un'opera difronte a cui si rimane spiazzati, incerti sul da farsi. Se lasciarci trascinare dal flusso vorticoso della scrittura, o se criticarla ed analizzarla razionalmente, come davanti allo squadernarsi di una psicologia ferita e problematica, se psicanalizzare...non abbiamo saputo decidere. A tratti si sente di essere coinvolti ed addirittura presenti e presentati dalle parole, a tratti si rimane esclusi dalla densità e abbondanza di sensazioni personali. Un libro del tutto strano, a tratti straniante, cui la definizione di copertina “romanzo” non corrisponde affatto.
Ho deciso di comprare e leggere “Nel mare ci sono i coccodrilli” perché ho ascoltato l’intervista di Fabio Fazio a Enaiatollah Akbari. Un modo come un altro, a mio avviso, di incontrare un libro. Ho seguito con attenzione e curiosità il racconto di quel ragazzo dai capelli mozzati e dal sorriso diverso. Mi ha attratto il suo modo di parlare italiano, il suo racconto che mescolava atrocità e ironia, sciagura e voglia di vivere insieme ad immagini agghiaccianti trasposte con lo sguardo di chi, seppur poco più che ventenne, ha già visto e raccolto decine di mondi.
Non è sempre vero che dalla narrativa si può imparare qualcosa. Vero è che quando accade si ha la sensazione che leggere serva, concretamente, a qualcosa: che non sia un'attività rilassante o una sorta di più o meno evoluto intrattenimento, come oggi il profluvio di insulse pubblicazioni di genere vorrebbe farci credere, ma un'attività intellettuale di primo livello. Quando accade si ha la sensazione di riuscire a orientarsi meglio nella realtà; di aprire gli occhi su quanto sta avvenendo nel mondo, e nel nostro paese; quando accade, come in questo caso, si sente il desiderio di accogliere con diversa partecipazione (vorrei scrivere: "fraternità") le persone in fuga dalle loro terre originarie.
“Tutto, in realtà, mi appariva strano, quell'atmosfera fantasma in cui eravamo immersi ormai da giorni mi sembrava strana, nessuno era più passato a trovarci; nebbia, ovunque mi girassi c'era nebbia, era sconfortante, no, era emozionante, non avrei dovuto più lamentarmi; Gustave diceva che non bisognava mai lamentarsi, qualunque istante della giornata era il migliore istante possibile, bisognava accettare con il sorriso sulle labbra tutto quel che ci veniva dato, amare la nebbia quanto il sole, bisognava smettere di pensare, bisognava sempre e solo gioire. E io, in vita mia, non avevo mai gioito tanto. Qualcosa tuttavia mi sfuggiva...” (Dallolio, “Se un giorno dovessi sparire”, p. 144).
Commenti recenti
58 min 3 sec fa
1 ora 49 min fa
1 ora 53 min fa
2 ore 2 min fa
2 ore 12 min fa
2 ore 12 min fa
4 ore 3 min fa
6 ore 19 min fa
6 ore 29 min fa
6 ore 36 min fa