“La luce di questo sasso è come quella che da bambino ero certo di veder pulsare negli oggetti isolati e immersi nella natura. Sentivo queste creature come fossero, ognuna di loro, una musica diversa mormorata esclusivamente per me. Oggi, durante questa gita generosa, è come se osservassi ancora quei primi passi acerbi. Quando ero piccolo non immaginavo la vita, però captavo il mondo attorno a me: come ogni bambino, conoscevo già la malinconia, la nostalgia, il senso di perdita che provai la prima volta dopo che il nonno se ne andò in un giorno di febbraio, e io avevo dovuto capirlo da solo [...]” (D. Sapienza, “I diari di Rubha Hunish”, Galaad, 2011. Pagina 63)
I lettori coraggiosi, e pazienti, si facciano avanti! Aprendo le pagine di Istanbul era una favola ci si addentra nella scrittura che un amico ha efficacemente definito “un enigma letterario”. Bisogna essere disposti ad essere disorientati e spaesati per più di ottocento pagine, seguendo una scrittura ondivaga, allusiva, eterea, a volte quasi priva di un referente. Siamo di fronte al tentativo di un complesso recupero di una 'geo-storia etnica' che dà come risultanza lo scrittore e quindi il romanzo, sviscerando le carni di una complessa famiglia di personaggi, passandone in rassegna i traumi o le piccole conquiste.
“Non eravamo più niente, signor giudice…”. Questo l’incipit di quasi tutti i capitoli di “Malacarne”. Parole che si ripetono come una cantilena e che, ogni volta, portano a sprofondare nel vuoto di un annientamento che passa attraverso la violenza e la negazione di qualsiasi umanità.
Un racconto? No, decisamente no! Forse un suo travaglio, una contorta gestazione. Un'opera difronte a cui si rimane spiazzati, incerti sul da farsi. Se lasciarci trascinare dal flusso vorticoso della scrittura, o se criticarla ed analizzarla razionalmente, come davanti allo squadernarsi di una psicologia ferita e problematica, se psicanalizzare...non abbiamo saputo decidere. A tratti si sente di essere coinvolti ed addirittura presenti e presentati dalle parole, a tratti si rimane esclusi dalla densità e abbondanza di sensazioni personali. Un libro del tutto strano, a tratti straniante, cui la definizione di copertina “romanzo” non corrisponde affatto.
"Penso che scrivere sia una strana attività solitaria. Sei terribilmente solo, sei talmente terribilmente solo che ti rivolgi a una folla, scrivendo. Il fatto è che, parlare ad una folla, è l'ultima cosa di cui avrei bisogno; quello che, invece, sto cercando, è il modo migliore e più silenzioso per rivolgermi a qualche persona, quelle sole verso cui mi sento in colpa. In ogni caso, ogni volta che ho provato a comunicare con una singola persona, attraverso lo scrivere, mi sono dovuto fermare, davanti all'impalpabilità della cosa” (Consorti, “L'uomo che scrive sull'acqua 'aiuto”, p. 229)
Esistono delle donne, talvolta bellissime, il cui cuore è grande quanto un brefotrofio e che sanno dare così freddamente, monotone e mute, come è la beneficenza in quei luoghi pii. Il cuore di Joli era un albergo di lusso con trattamento di categoria superiore e servizio inappuntabile… [p. 23]
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