L'ultimo libro di Renzo Rosso, “Un passato intenso. 36 anni in RAI” (Azimut, 2007) è un memoir fragile e semplice, scritto da un artista ormai ottantenne ma ancora lucido: abbastanza lucido da ricordare tutta una serie di episodi, e di persone, importanti nella sua vita e nella vita culturale e politica della nazione. Lettura sicuramente importante per studiosi e aficionado, giuliani e non.
“Se potessi farlo, saltando la realtà, preferirei proporre a ciascuno dei miei ipotetici lettori una narrazione viva, a braccio, di ciò che mi accingo a mettere per iscritto; innanzitutto perché un racconto autobiografico avrebbe molto da guadagnare dai segni ausiliari del viso delle mani e della voce, che contraddicendo spesso le parole pronunciate aggiungono alla loro superficie il profilo complesso degli impulsi più intimi; e poi perché dubito la materia sia del tutto degna di scrittura e in essa facilmente riproducibile, prova ne sia il fatto che ho aspettato quarant'anni prima di decidermi a stenderla”.
Massimo Maugeri, letterato catanese classe '68, ideatore e curatore del popolare blog letterario “Letteratitudine”, è l'anima di questa divertente e appassionante antologia di racconti dedicati a Roma: ciascuno dedicato a una strada, o a un quartiere. Maugeri ha assemblato con nonchalance nomi noti e meno noti delle patrie lettere; c'è qualche esordiente e c'è qualcuno destinato alla storia della letteratura italiana, come Tuena, come Di Consoli, come Mario Desiati; qualche mestierante e qualche outsider (anche improbabile). L'impatto si rivela effervescente e spiazzante; la lettura dell'opera è di discreto fascino (dipende dagli argomenti, dalle storie...) e di grande immediatezza, con poche eccezioni.
Quando ho saputo della morte di Renzo Rosso erano passati già due mesi dal suo decesso. Sono rimasto molto male. L'avevo conosciuto una sera al Barabook di san Lorenzo, qui a Roma. Gli avevo appena fatto la recensione del suo straordinario ultimo romanzo pubblicato con Azimut nel 2006 (e per questo, e per aver pubblicato anche i suoi ultimi due saggi, Guido Farneti dovrebbe essere insignito di un premio speciale – ma non lo faranno perché l'editoria è in mano a illetterati, spesso in malafede). La recensione era uscita su un giornale di partito che oggi non esiste più, lui era rimasto molto contento, io ammirato non solo dalla sua scrittura ma dalla sua mente geniale, e dalla sua statura di uomo modesto e colto.
“Qui lo chiamano blues” è una raccolta di tre racconti, nati e cresciuti in Nord America, illustrati da Stefano Landini su foto dell'autore, Giuseppe Sofo, completi di relativo sottofondo musicale ispiratore. Scelta e ambientazione sono almeno spiazzanti, considerando che ci troviamo nel momento di maggior dissenso mondiale nei confronti degli States; nel momento di maggior stanchezza nei confronti dell'antica letteratura del sogno americano, svuotata – ma non sconfitta – dall'assurdo imperialismo yankee. Nessuno dà più credito alla Statua della Libertà. Sembra stia lì per ammonirci sullo svuotamento delle parole, sul cambio di significato dei sogni, sul senso del denaro e del potere economico.
Il secondo romanzo di Adriano Angelini, narratore e giornalista romano classe 1968, è una storia di incontro con il mistero, con l'oscurantismo e con la diversità; è un romanzo giovanile e fresco – ma non per questo giovanilista o acerbo – che potrebbe, fatte le debiti proporzioni, essere assimilato e accostato all'ultimo libro di Carlo D'Amicis, “La guerra dei cafoni”.
Qualche immagine, per cominciare.
Scrittura dell’anima: nuda, coraggiosa e autentica, non mediata e non condizionata da niente, è sonda delle intenzioni profonde e delle reali condizioni dello spirito dell’autrice. Scrittura per riflettere sulla scrittura: sul senso di un’esistenza consegnata alla scrittura, dominata dalla scrittura, dipendente dalle fortune della scrittura. Il nuovo romanzo di Francesca Mazzucato, “Kaddish profano per il corpo perduto”, va considerato non soltanto come lirica e analitica autobiografia: ha il sapore del lascito, del redde rationem e del rilancio.
Nella lettura di questo libro è opportuno partire dagli aspetti legati al linguaggio e alla forma. Non tanto perché questo costituisca uno degli scopi del fare poesia della nostra poetessa – anzi si tenterà di dimostrare il contrario, come Serena Maffìa cerchi una semplicità del dettato volta ad ottenere una funzionalità comunicativa dell’atto poetico – quanto perché esso costituisce uno degli aspetti più interessanti del libro, come sottolinea Vera Franci Riggio nella prefazione. Un aspetto, quello del linguaggio, che può essere visto come elemento di discontinuità rispetto alla poesia contemporanea, ma soprattutto come una novità anche rispetto alla poesia dei coetanei della poetessa, i poeti della generazione dei nati negli anni ’70.
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