Conosciamo la narrativa dell'elegante e coraggioso scrittore sloveno e mitteleuropeo Drago Janĉar per via del notevole romanzo “Aurora boreale” [“Severni sij”, 1984], pubblicato da Bompiani nel 2008. Quel libro ha saputo dialogare con la coscienza e con l'intelligenza di tanti lettori italiani, e ha raccontato il rimosso segreto della città di Maribor, e dei suoi abitanti. E ha saputo farlo con grande poesia. Ma se fossimo stati più attenti ai cataloghi della piccola editoria, avremmo potuto apprezzare, con due anni di anticipo rispetto al resto dei nostri connazionali, la narrativa di Janĉar.
Onestamente fuori dal tempo, questo feuilletton dello scrittore e alpinista triestino Dušan Jelinčič, classe 1953, espressione della minoranza etnica slovena, è una discreta e tenera pagina di letteratura sentimentale, caratterizzata da una trama ben articolata e da una lingua quando troppo libresca, quando fiabesca, quando semplicemente improbabile.
“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
Esistono romanzi che nascono per alfabetizzarci alla complessità e alla ricchezza della realtà: insegnano non soltanto a guardare nell'anima e nelle dinamiche psichiche del protagonista; insegnano piuttosto a osservare una terra, e i popoli che vivono in quella terra, con diversa intelligenza e più adeguata sensibilità. È il caso fortunato di questo sperimentale quaderno di narrativa pubblicato dalla piccola Adelphi dei Balcani, vale a dire la Zandonai di Rovereto: “L'educazione del giovane Tjaž” (192 pagine, 13 euro) è un testo che sembra nato per addestrarci a capire quanto articolata e complessa sia la questione degli sloveni di Carinzia.
Quando l'allora ventiquattrenne letterato giuliano Giani Stuparich [1891-1961] pubblicava “La nazione czeca”, era, come cittadino triestino, un cittadino austriaco, compatriota dei cechi e degli slovacchi: era un cittadino e un intellettuale triestino che aveva ideato e composto questo saggetto in un tempo in cui “prevedere il conflitto odierno era compito soltanto dei diplomatici, e prepararlo dei militari”, rivendicava con orgoglio nella premessa. Stuparich era un intellettuale che confidava si potesse dare vita, nel contesto austroungarico e in prospettiva in quello europeo, a una famiglia di nazioni confederate, ognuna espressione d'uno Stato democratico.
“Un artista puro” è una deliziosa plaquette illustrata Via del Vento, pubblicata nel 1999 in tiratura limitata.
Romanzo fantasatirico di un'esordiente tedesca, Eva Baronsky, classe 1968, “Il signor Mozart si è svegliato” (Elliot, 2010) è un divertissement giocato sulla falsariga d'un espediente classico della letteratura tedesca: quello della favola di Peter Klaus, pastore che s'addormenta e si risveglia vent'anni più tardi in un mondo che stenta a riconoscere. È una favola presente, con ovvie varianti, in molte letterature; è tornata a scintillare di vitalità, in Occidente, post “Rip van Winkle” di Washington Irving. Era il 1819.
“La candela riluce pace / nella stanza scura / una mano d'argento / la spegne; / silenzio di vento, notte senza stelle” (“Estate”, ottobre 1913). Trakl, poeta maudit austriaco classe 1887, borghese, malinconico figlio di madre neuropatica e consumatrice d'oppio, fu farmacista, artista e ufficiale al fronte, nella Prima Guerra Mondiale. Pacifista andato in guerra forse per autodistruzione, perse la testa nel settembre 1917 quando, durante la battaglia di Grodek, dovette “provvedere senza mezzi a novanta feriti gravi, in un granaio circondato da cadaveri di contadini ruteni impiccati agli alberi”, in Galizia. Un mese più tardi si suicidò. Overdose di cocaina.
Magris ha scritto che questo romanzo è un piccolo gioiello che può appassionare lettori molto diversi tra loro: lo studioso che va a scoprire la storia degli attriti nazionalistici tra sloveni e austriaci nella Krajna, e del successivo ingiusto esilio degli austriaci, e il profano che va ad appassionarsi alla storia della famiglia dell'autore e a tutti i suoi intrecci storico-politici, come se si trattasse d'un giallo.
“Ho l'anima di un soldato italiano. Sapete cosa significa avere 40 anni, del genio, molto fascino, una potente irradiazione di idee personali nuovissime e sane, regalate al mondo, dei poemi meravigliosi creati, altri da scrivere, e nondimeno volontariamente e con entusiasmo giocare il tutto con disinvoltura per la propria terra e la propria razza in pericolo?” (Marinetti, “L'alcova d'acciaio”, p. 58).
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
Primo romanzo di Pier Antonio Quarantotti Gambini (1910-1965), originariamente pubblicato nel 1937, quindi – in un'edizione differente, ampliata e revisionata, nel 1960, “La rosa rossa” è uno spaccato della vita di provincia di un pezzo d'Italia che non esiste più. È narrativa borghese, compassata e decisamente equilibrata; è narrazione spezzettata in brevi capitoli dal retrogusto rosa, e in ogni caso più vicini al divertissement sentimentale che alla satira sociale.
Notte di Natale, in un grande magazzino. Così pieno, eppure così vuoto. Nello spogliatoio, flebile il ritorno dei canti di festa. Lo speaker annuncia sconti e promozioni speciali. Merce a prezzo d'occasione. È tempo di sorprese, presepi di varia grandezza a seconda delle esigenze. La signora Maria, donna delle pulizie, precaria, si domanda perché gli uomini sono come sono. Vorrebbe andarsene, è stanca di tutto. La gente è così crudele, si ripete. Ha quasi settant'anni, a casa la aspettano il figlio, la nuora e il nipotino. Sta pensando ai regali più belli per loro.
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