“Ho smesso di cercare di dimostrare di essere qualche cosa di diverso da quello che sono. E è stato l’inizio del vero silenzio. Della vera pace interiore”.
Cocci di bottiglia: potrebbe essere un titolo storico. Come Ossi di seppia di Montale. Tre parole e un’immagine plastica.
Leggo i dodici racconti di Fiorenza Aste, Cocci di bottiglia. Poi li rileggo. M’impongo di tenere a distanza il suo bel volto, la sua persona. Non è salutare conoscere gli scrittori che si leggono. Si possono fare errori di valutazione.
Tuttavia, la sua scrittura e la sua figura insistono a volersi fondere. D’accordo, che si fondano.
All'origine della lettura c'è stato un errore. Uno scambio per l'esattezza.
In uno di quei rari momenti in cui i programmi sembravano incastrarsi alla perfezione, aspettavo un libro che mi è arrivato tra le mani il giorno dopo averne concluso un altro.
Tempismo si potrebbe dire. Richiamo ho pensato io, con un sorriso ebete.
Sta di fatto che ho aperto il pacco in fretta (i libri mi trasformano in una bimba invasata davanti alle caramelle) poi sono rimasta immobile. La copertina. La grafica. I caratteri. Li conoscevo eppure. Eppure non era lui, quello che aspettavo.
Era 'Cocci di bottiglia' di Fiorenza Aste.
Opera prima di Fiorenza Aste, letterata trentina classe 1961, “Cocci di bottiglia” è una raccolta di dodici racconti, scritti – leggiamo nella prefazione – “qualche anno fa”. Introduce Antonella Lattanzi: “Cocci di bottiglia è il libro delle piccole cose. Sensazioni, più che grandi avvenimenti. Particolari minimi, a spalancare un’orda di ricordi. Tutto il dolore concentrato nel verde di un cappotto, la morte di una madre in porte legate e case vuote, l’amore fraterno in una zuppa di biscotti e latte, la solitudine, dentro una casa famigliare.
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