Difficile dire quando Bob Dylan sia diventato un classico. In un certo senso, è come se fosse stato istantaneamente, naturalmente un classico: dal primo disco in avanti. Bob Dylan è stato così amato, così discusso e così frainteso che da parecchio tempo qualcuno scrive che è stato un poeta, non soltanto un cantautore di fama internazionale. Non so dire se sia stato un poeta. I poeti sono gente più pericolosa di Bob Dylan, o più introversa. So che ogni volta che qualcuno mi parla di lui – e in questo periodo succede un po' più spesso, complici i suoi settant'anni – mi ritrovo a chiedermi una cosa buffa. A chi piace, davvero, Bob Dylan, tra le persone che conosco?
"Turn on, tune in, drop out" ("Accenditi, sintonizzati, ritirati") (T.L.);
“Secondo me il problema è se gettare tutte le proprie energie nella “sottocultura” o se cercare di mantenere una certa rete di comunicazione all'interno della cultura ufficiale” (G.S.)
Un uomo del Rinascimento nato in Inghilterra nel 1948: un futurista inquieto, un paesaggista sonoro. Un anglosassone sanguemisto fiammingo, incarnazione autentica dell'arte per l'arte. Un artista convinto che perché il mondo possa essere interessante, il sentiero sia uno e uno soltanto: plasmarlo giorno dopo giorno, continuamente, senza paura di rimettere in discussione le proprie convinzioni e i propri risultati. Un ex ragazzo del Suffolk, nato da una famiglia di origine ugonotta, cresciuto in una cittadina strapiena di militari dell'Air Force, tendenzialmente pieni di dischi introvabili: la piccola e grigia Woodbridge. Ecce Brian Peter George St. Jean le Baptiste de la Salle Eno, alias Brian Eno: musicista sperimentale, icona pop, ma non solo.
«Mio padre mi raccontò una volta una storia su Orson Welles, l'illustre regista di “Quarto potere”. Papà, o un suo collega, dovevano stare appresso a Welles mentre gironzolava in un pittoresco villaggio irlandese, nei primi anni Sessanta, registrando ogni sua parola mentre si trascinava da un pub all'altro. Gli anni di gloria erano ormai un ricordo per Welles, che si era ridotto a far sopravvivere la sua leggenda con sciocche comparsate in documentari turistici. Condizione che peraltro non sembrava modificare la percezione che aveva di se stesso. A chiunque incontrasse quel giorno regalava la stessa preziosa informazione: “Sono un genio”.
“C'è qualcosa di sostanziale nello spirito dell'improvvisazione volontaria che si oppone a venir documentata e ne contraddice l'idea stessa” (D. B.)
Ho esitato a lungo prima di prendere carta e penna e buttare giù alcune impressioni sul libro di Gianfranco Franchi. Tutt’altro che digiuno di musica pop pock, non sono però un espertissimo nel ramo e – con qualche ragione – ho voluto approfondire un po’ di temi prima di sparare parole in libertà; tanto più che proprio in relazione al rapporto musica e testi, tempo fa mi erano passate sotto gli occhi delle interessantissime riflessioni, magari riferite al genere “accademico”, ma del tutto pertinenti anche per analisi di canzoni rock.
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978) è letterato, critico letterario e musicale, narratore, poeta e traduttore dall'inglese – tra gli ultimi suoi libri ricordiamo ''Monteverde'' (narrativa, Castelvecchi, Roma 2009), ''Radiohead. A Kid'' (saggistica, Arcana, Roma 2009), ''Pagàno'' (narrativa, Edizioni Il Foglio, Piombino 2007) e ''L'inadempienza'' (raccolta poetica, ivi 2008). Gestisce inoltre il sito letterario collettivo ''Lankelot''. Attualmente vive a Roma.
MAURIZIO CECCATO. UNDERCOVER
“Amleto parla di morte, fallimento, indecisione. Pensiamo che sia deprimente? No, sappiamo che Amleto è una delle più grandi opere della storia e che tutti possiamo trarne un'esperienza grande e utile. Ma il rock'n'roll è una forma d'arte molto più giovane. Alcune persone prive di immaginazione, non sorprende, pensano che la musica che parla di temi oscuri e guarda alla morte e alla depressione e ai dilemmi esistenziali debba essere un'esperienza deprimente. Non è assolutamente così. Penso che vedere qualcuno che mette alla prova i confini dell'arte e crea qualcosa di nuovo sia...
Infine ho deciso: questa non sarà una recensione vera e propria del libro di Gianfranco Franchi “Radiohead. A kid”, contenente tutti (o quasi) i testi, con commento, della band inglese da “Pablo Honey” a “In Rainbows”, comprese citazioni di b-side, cover, e canzoni dei gruppi che hanno preceduto la formazione definitiva della band. Non lo sarà perché, via, sono troppo legato ai Radiohead per, e legato pure al Franchi, per. Scriverò semplicemente una serie di cose che hanno a che fare più o meno con il libro, più o meno con i testi, più o meno con Franchi. Certo ci saranno critiche, lodi e via dicendo, aspettative, pure. Non lo so cosa scriverò, a parte che non penso ne verrà fuori una recensione. Quindi, comincio, ed inizio dall'autore.
SCOUT!
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