«L’espressione «poète maudit» (poeta maledetto) ha superato i limiti di un’epoca, e può oggigiorno qualificare altri autori oltre agli amici di Verlaine. Essa designa in generale un poeta (ma anche musicista, artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore» [it.wikipedia.org/wiki/Poeti_maledetti].
“Seppe riconoscere il genio di Jarry, del doganiere Rousseau, di Picasso, di De Chirico, di Derain. Mentre Paul Valéry poteva sembrare un attardato, al suo cospetto. Per Philippe Soupault, Apollinaire non era un capo ma un 'fusée-signal'. Era contagioso, non aveva bisogno di persuadere, di spiegarsi. Bastava sentirlo parlare per credere alle sue parole. Dubitava poco e chi lo seguiva migliorava i suoi versi. Quanti fantasisti o neoclassici non sarebbero mai nati senza di lui? Era triste ma non disperato. Aveva il senso della novità. Non si dichiarava, tuttavia, mai rivoluzionario, e chiamava 'sorpresa' lo 'scandalo'. Se qualcuno gli resisteva la sua risata diventava irresistibile. Voleva distruggere per ricreare” (Renzo Paris su Apollinaire, pp.
Benvenuti nella “Maison des Amis des Livres”, in rue de l'Odéon, Parigi. Adrienne Monnier v'accoglie raccontandovi dei suoi clienti abituali tra 1915 e 1951. Mister Joyce, mister Beckett, herr Rilke, monsieur Prévert, mister Hemingway, monsieur Proust. Non passavano da quelle parti per caso. Passavano da quelle parti perché in quella libreria si comprava grande letteratura e si faceva grande letteratura. Dal vivo. Qualcuno aveva capito cosa significasse la parola “avanguardia”, e s'era decisa a mostrare quanto fosse rivoluzionaria e solare a tutta la sua città.
“Un solo augurio nell’alto destino di domani, essere assieme fratelli” (Prefazione, Savinio).
Rapporto medico tra arte e follia: impossibile che non torni alla memoria il grande studio del Lombroso de “L’uomo di genio”, impegnato a dimostrare similitudini, analogie e rapporti esistenti tra genio e follia, fondandosi spesso – ecco un limite, tacendo delle avventurose teorie razziali – su notizie biografiche ricavate da fonti non del tutto attendibili, per non dire filologicamente sciagurate; per cui poteva, ingenuamente, mettere su uno stesso livello un poeta Greco della classicità e Torquato Tasso, per intenderci.
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