E mi parve di riconoscere il mio amato Boccherini… il turbamento di una lacrima, in attesa della prossima fermata.
Quintetto d’archi, per viole, violini e assonanze.
Inizio questa mia prolusione, smemorato, io povero esploratore dell’animo e … cerco di precipitare tra sorgenti che non hanno dimora, pazzo sconsiderato, incapace di affermare il mio ego, anima rubata al tempo, riflesso d’un riflesso in questo mondo menzognero e distante.
“Per vivere occorre morire a se stessi” (ultima lettera di Van Gogh da Londra al fratello Theo)
Il terzo libro di Antonio Messina è un’opera strutturata in una introduzione, due “atti unici” intervallati da un interludio, un epilogo; virgoletto a ragione, nel senso che questa architettura ho voluto e dovuto ricostruirla con qualche difficoltà, post terza lettura, cadendo nel tranello del “romanzo”. L’epilogo assimila, forzando un po’ la mano, due vicende che sembravano vivere di vita propria e del tutto autonoma; la prima è quella del vecchio robot Neilos, impegnato in una autodistruttiva missione sul pianeta Astrabat, per scoprire il segreto dell’immortalità (in tripla rinascenza).
Il secondo libro di Antonio Messina da Partanna, “La memoria dell’acqua”, è costituito da nove racconti; sa essere elegiaco e apocalittico, nei primi tre – quelli più estesi, e d’argomento o almeno d’ambientazione sinceramente fantascientifica, e postromantico e un po’ manierista nella seconda parte, almeno da “Desiderio d’amore” e “Il violoncello” sino a “Sei qui”.
BALOCCO BAROCCO
“Sin da piccolo Metaurus aveva dedicato la sua vita e tutte le risorse intellettuali a cercare l’origine della Fonte, conoscerne i meccanismi e stabilire come intercettare quella voce remota: la magia delle parole spesso produce felicità, ma a volte causa tormenti e disperazione. Metaurus portava sulle spalle un’infanzia difficile, drammi antichi e ancora irrisolti che gli avevano impedito di vivere serenamente la sua esistenza. Il Fuggitivo cercava la serenità, non desiderava conoscere la propria natura (…)”. (Messina, “L’assurdo respiro delle cose tremule”, cap. IX, p. 39)
Antonio Messina è un inventore di mondi, nei quali ci trasporta con una prosa ricercatissima e densa, accortamente limata e lucidata come un oggetto d’argento, che nitido e brillante arrichisce una stanza.
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