“La realtà è in gran parte nell'assurdo, in quell'immaginazione che è a un passo per diventare realizzazione, ma non lo diventerà mai. Nella vita in fondo la realtà non esiste. La vita è piena di piccole cose inspiegabili, come il tempo che si misura ma non se ne può afferrare una porzione tra un punto e l'altro mentre la viviamo” (Delfini, “La Vita”, in “Oggi”, 1933; p. XVIII “Autore ignoto presenta).
Il letterato è un vagabondo che ruba. Un vagabondo che ruba alla natura e al signore, con ogni sguardo, un segreto dell'essenza del mondo. Il letterato è un viandante che ascolta. Un viandante che ascolta tutte le parole e tutti i profumi delle strade delle città, saccheggiandone i colori, e associandoli con impertinenza al suo passato. Il letterato è un cantastorie che bara. Un cantastorie che bara perché non ha vissuto niente, e pretende d'aver conosciuto tutto. Delfini è un grande letterato. Dimenticato. Ma adesso basta, vogliamo che diventi un letterato esemplare, e che sia interiorizzato.
Mi accosto ai Racconti di Antonio Delfini (premio Viareggio a pochi mesi dalla morte, nel 1963) da autentica profana e scopro uno scrittore davvero particolare, di quelli di cui si vorrebbe aver letto di più o di cui si vorrebbe avessero scritto di più.
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