“[...] ma non succede niente: mi limito a percepire confusamente che dietro quel buio c'è una luce, oltre quel silenzio c'è una voce ('la' voce?) a me nota, al di là dello sconforto di quel vuoto da vertigine c'è la speranza di qualcosa che non sia volgare, futile, meschino o peggio ancora ingannevole” [Reim, “La voce di lui”, in “Segnali notturni”, p. 20].
Che succede quando un poeta e un narratore come Andrea Di Consoli, artista lucano classe 1976, decide di sperimentare la nuova strada del giornalismo d'inchiesta? Succedono fondamentalmente due cose. La prima, è che i suoi lettori e i suoi ammiratori rimangono disorientati e spiazzati: come, si chiedono, un integralista dell'arte letteraria, uno scrittore puro si concede al reportage su un fatto di cronaca nera di quasi venticinque anni fa? Man mano, sfogliando il libro, capiscono qualcosa. Capiscono che l'argomento trattato ha a che fare con la sua poetica, con l'essenza e i contrasti del suo territorio, con la sua fame antica di verità e giustizia.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
L'Istria raccontata da Diego Zandel, scrittore fiumano classe 1948, romano d'adozione, è un'Istria perduta: quella in cui la minoranza croata, dalle parti di Albona, antica città romano-veneta, conviveva armoniosamente con la maggioranza assoluta italiana, come niente fosse. È un doloroso piacere leggere la nuova edizione del suo Una storia istriana (Rusconi, 1987), questo Il figlio perduto.
Massimo Maugeri, letterato catanese classe '68, ideatore e curatore del popolare blog letterario “Letteratitudine”, è l'anima di questa divertente e appassionante antologia di racconti dedicati a Roma: ciascuno dedicato a una strada, o a un quartiere. Maugeri ha assemblato con nonchalance nomi noti e meno noti delle patrie lettere; c'è qualche esordiente e c'è qualcuno destinato alla storia della letteratura italiana, come Tuena, come Di Consoli, come Mario Desiati; qualche mestierante e qualche outsider (anche improbabile). L'impatto si rivela effervescente e spiazzante; la lettura dell'opera è di discreto fascino (dipende dagli argomenti, dalle storie...) e di grande immediatezza, con poche eccezioni.
Introduce magnificamente Andrea Di Consoli: “Milano non esiste è un romanzo scritto con la furia orale di un operaio non acculturato; è un lungo e barbarico monologo viscerale; è, soprattutto, un romanzo su quell’umile Italia popolare che ancora odora di pelle, di lavoro, di rabbia, di vino, di sudore e di carne”.
Prepotente come l'esordio di questo romanzo, di bellezza pari all'intensità e alla violenza dei sentimenti di una madre, della madre che racconta cosa significa dare alla luce un bambino, e cosa significa avere diciannove anni, in quel momento, ricordo d'aver letto poco, negli ultimi anni. Forse niente. La maternità è un mistero assoluto, per noi uomini; è solo il principio di una metamorfosi della donna che abbiamo amato e ameremo per sempre, è solo la sensazione di un evento fenomenale, incancellabile (e: giusto. Naturale, perfetto). E da quell'esordio in avanti mi sono lasciato andare, tra le pagine, come se fossi cullato.
Maratea, anni Novanta. Questa terra raccontata da Pavese (“Fuoco grande”) e nominata da Calvino e Vittorini; visitata da un turista equivoco come Bevilacqua, equivocata da Montanelli, omaggiata da qualche politico locale, trova finalmente il suo poeta. Uno che vuole essere classificato, dai posteri, come “graffitista minore” della preistoria moderna, in area mediterranea (p. 24). L'unico scrittore italiano che conosce il significato del suo nome: che ne condivide l'essenza: di questo “sogno riuscito tra la siesta di Sapri e il risveglio di Praja” (p. 22).
La morte, la malinconia, il male di vivere: le frustrazioni, i fallimenti, l'angoscia. “Il gioco della verità” poggia su sedici racconti dello scrittore Andrea Carraro (Roma, 1959), famoso per “Il branco”, caratterizzati da una vena depressiva e cupa. Nera, che più nera non si può. In un certo senso, tutto a un tratto diventa prevedibile come un romanzo di genere; se anche per accidente s'è aperto uno squarcio di luce nelle storie, ecco che subentra, non senza grottesco, una disgrazia, una ferita terrificante, un morbo. È talmente prevedibile, l'epifania del male, che a un tratto fa ridere: è come nei filmati di Aldo Giovanni e Giacomo della Tv svizzera. E questo non va.
Esordio in narrativa di Andrea Di Consoli, letterato lucano classe 1976, “Lago negro” (2005) è una raccolta di venti racconti caratterizzati da quattro aspetti principe: il dramma dell'emigrazione, assimilato alla narrazione o alla trasfigurazione della vita nel meridione, dei legami famigliari e amicali; il sesso e l'appartenenza a una donna, qui regolarmente massacrata da paure di tradimenti, da giochi a tre, da violenze e incomprensioni; la morte e le malattie, sempre sullo sfondo, quando spettri del passato, quando plausibili e prossime, quando ipotesi agghiaccianti (anche dopo il sesso); infine, la solitudine e l'esistenzi
“La luce delle stelle / nella notte fonda del piazzale / non basta per vederci le mani / per accendere le sigarette / per capire la provenienza di un rumore. / Però si fa chiara in noi la direzione / luminosa la mente” (Andrea Di Consoli, “La luce delle stelle”, p. 61)
Racconta Andrea Di Consoli: “Ho scritto queste poesie tra la fine del 2001 e i primi mesi del 2003. Le ho scritte nella mia piccola casa di via San Marino, a Roma. Mai come in quel periodo – che non si è ancora concluso – sono stato assillato dai fantasmi del mio passato, da paure, da commozioni assurde e insonnie feroci. Mi è sembrato di impazzire, tante erano le cose che mi si affollavano dentro. Ho avvertito la necessità di fare i conti con le troppe persone che abitano la mia testa” (Nota Finale, p. 149). E così è stato.
“I ballatroni” è il terzo volume della trilogia marsicana di Renzo Paris, iniziata con “Ultimi dispacci della notte” (Fazi, 1999) e continuata con “La croce tatuata” (Fazi, 2005): è il terzo, ma è stato scritto per primo. Nella prima stesura (metà anni Ottanta), si trattava di una raccolta di racconti autobiografici titolata “La vocazione”. Paris è tornato a rivederli e rimaneggiarli più volte, nel tempo, assemblandoli, man mano, sin quando non ha trovato il direttore di collana più vicino alla sua sensibilità: Andrea Di Consoli, allora in Avagliano. Così, eliminato infine il sottotitolo “romanzo tribale”, ha visto la luce questo omaggio alla memoria di una generazione di abruzzesi.
Nera ballata d'amore e di morte: frammentata narrazione d'una vita che si spezza, e si spezza dopo aver preteso d'essere esausta; aleggia intanto una greca predestinazione, ed è limpida la sensazione d'essere a un passo da un disastro. “La curva della notte”, secondo romanzo del letterato lucano Andrea Di Consoli, classe 1976, è un obbligato sguardo nel baratro della depressione, dell'angoscia e del male di vivere; non negando la sensualità, il desiderio e il piacere, ma ammettendo l'inevitabilità e la sacralità della sconfitta. La necessità della morte. In profondità abissale.
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