«C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, i.e., divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo la preziosa e insostituibile lussuria del fallimento, del rischio, della resa. Lavoravo duramente per mettere insieme queste cose, questo lavoro. Mi piaceva e mi mancò quando scomparve. Quello che faccio è recuperare ciò» [Jeff Buckley].
Tutti almeno una volta nella propria vita hanno sognato di poter incontrare un giorno il proprio idolo o eroe o personaggio di riferimento, chiamatelo come volete, uno scrittore, un regista, una cantante, un’attrice, un giocatore di calcio, un astronauta, un personaggio che vive nei libri o nei film o nei cartoni animati e qualcuno ha avuto persino la fortuna di coronarlo quel sogno, di potergli stringere la mano, di scambiarci due chiacchiere, di farsi autografare un libro o un disco, di berci un caffè insieme, qualcun altro rimpiange anche il giorno di averlo incontrato l'uomo dei proprio sogni per la delusione scaturita da quell’incontro, perché quell’uomo o quella donna non corrispondevano per niente all’idea che ci si era fatti di loro.
“Ognuno sapeva di far parte della Storia tranne il defunto che non capiva mai esattamente cosa stava succedendo anche quand'era vivo” (A.G.).
Allen Ginsberg è morto il 5 Aprile del 1997, aveva 71 anni e una settimana prima gli avevano diagnosticato un cancro al fegato. Forse l'epatite C presa nel '60 in Sudamerica era degenerata in cirrosi e poi in cancro. Il 31 Marzo subito dopo aver ricevuto la notizia Ginsberg scrisse l'ultima poesia della sua vita: "Cose che non farò" ("Nostalgie"). E' un elenco di tutti gli impegni, gli incontri, i piaceri che non vivrà più. Eccone alcuni versi:
"Turn on, tune in, drop out" ("Accenditi, sintonizzati, ritirati") (T.L.);
“Secondo me il problema è se gettare tutte le proprie energie nella “sottocultura” o se cercare di mantenere una certa rete di comunicazione all'interno della cultura ufficiale” (G.S.)
“Depresso tutta la settimana, ho letto i quotidiani e il Time, poi ho letto i Cantos e mi sono sentito meglio. Gli accademici ignoravano Pound, Williams, Louis Zukofsky, Mina Loy, Basil Bunting e la maggior parte degli scrittori che si ispiravano a Whitman e alla tradizione della forma aperta d'America. Noi portavamo avanti una continuità storica, da persona a persona” (A.G.)
No more to say & nothing to weep for. An elegy for Allen Ginsberg.
Tre diversi aspetti della vita del poeta Allen Ginsberg, artista di punta (insieme a Kerouac) di quel rivoluzionario movimento che prese il nome di beat generation, si intrecciano in Howl (Urlo), pellicola scritta e diretta da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di documentari apprezzati in ambienti libertari e nei circuiti del cinema indipendente.
Jack e Neal Cassady passavano per Detroit durante tutti i loro viaggi; andavano a trovare Edie. Erano sbronzi e guidavano una macchina vecchia e malconcia; piena di giornali, libri e vestiti sporchi. La radio andava a un volume altissimo. Si parlottava un po', poi domandavano qualche lira in prestito. Edie era la prima, amatissima moglie di Kerouac, sua coetanea (classe 1922).
Ravello, Golfo di Salerno: il dixie ribelle, apparentemente contrario all’imperialismo yankee come il nonno senatore, scrive il suo memoir. E talvolta è come se stesse raccontando un’altra storia a quel nonno cieco, che amava ascoltare le sue letture. Vidal ha un pubblico diverso, rispetto a quei giorni. Ma non ha smesso di raccontare, mai. E così, qui mescola politica, letteratura, memorie d’infanzia e d’adolescenza, gossip e amarcord, romanzo sentimentale e puttantour a Roma. E i ciechi, che ascoltano soltanto e leggere a volte non sanno, siamo noi.
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