Più sentimentale che esistenziale, più rosa di quanto ci si poteva aspettare, tenendo presente il promettente e radicale esordio, la raccolta di racconti “Antropometria” [Neo Edizioni, 2010], il primo romanzo dell'ingegner Paolo Zardi, da Padova, è una robusta e discretamente letteraria meditazione sul senso dell'amore, e delle appartenenze; sulla fertilità e sull'opportunità del tradimento, sulla coscienza delle vigliaccherie, sulla centralità del sesso. Sulla menzogna, intesa come norma prima di ogni cambiamento.
Satira dello psicodramma principe della nostra epoca e della nostra società, vale a dire il disastro subculturale forzista, vale a dire il degrado figlio dell'imposizione di paradigmi e modelli antropoidi previo tubo catodico, il secondo libro di narrativa del trentaquattrenne giornalista e scrittore romano Emanuele Kraushaar, “Maria de Filippi” [Alet, pagine 142, euro 10] è una sovrana ma gentile bastonata ai cittadini anestetizzati dalla ripetitiva e farlocca programmazione televisiva dei canali del Sultano.
Letta l’ultima frase de “L’agonia dell’agape”, l’opera postuma di William Gaddis, “e quell’opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa” (pag. 95) mi sentivo ancora la voce dell’autore dentro di me e mi chiedevo a quanti potesse parlare una voce del genere, quanti potrebbero ascoltarla e capirla e soprattutto in quanti sarebbero disposti ad ascoltarla.
"La dedica consta di due parti: A e Contro. Questo libro è dedicato a tutti i Canadesi passati e presenti, Gesuiti e Irochesi; Uroni, Francesi, Algonchini, Inglesi, Montagnais, Micmac, Inuit e altri. Possano insieme preservare la loro terra. Questo libro è dedicato contro tutti i dogmatici e i loro eserciti (nei quali alcuni dei sopra citati potrebbe essersi arruolati). Chiunque essi siano, auguro cordialmente loro una calda permanenza all’Inferno.”
“Colpiscimi” è la kieslovskiana e ozpetekide opera prima di una giornalista milanese classe 1975, Olivia Corio: è un romanzo pieno di sentimento, di umanità e di pietà. È una meditazione sui rovesci della sorte, sulla sofferenza, sulla prevedibilità: sulla paternità e sulla maternità, sul destino e sulla verità. L'artista meneghina fonda la narrazione su una serie di capitoli brevi caratterizzati da un buon ritmo e da dialoghi spesso decisamente convincenti, filtrati da un credibile parlato; non manca qualche cicatrice degli ascolti dell'autrice, e dei suoi personaggi, a colorare qualche sequenza di un buon retrogusto pop.
Senza dubbio il romanzo “Gotico americano” di William Gaddis, dato alle stampe nel 1985 e a cui Alet, dopo la prima edizione del 1990 presso la casa editrice Leonardo, con la traduzione rivista da Vincenzo Mantovani, restituisce piena dignità è una delle migliori opere letterarie che mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte e che prevedo rimarrà tale per chissà quanto tempo a venire. Una volta terminata la lettura, nel giro di un paio di giorni avevo già steso una prima bozza di recensione pronta per essere pubblicata qui su Lankelot ma, mentre ultimavo le ultime correzioni, alcuni accadimenti hanno fatto sì che la prima stesura venisse cestinata senza nemmeno troppi rimorsi.
La plaquette natalizia della Alet è diventata, negli ultimi anni, una piccola tradizione: s'è trattato e si tratta, sempre, d'una dichiarazione di stile e di un'iniezione di intelligenza e di ricercatezza.
Scrive Maria Teresa Carbone, curatrice della nuova edizione del necessario e terribile romanzo autobiografico dell'artista sudafricano Breyten Breytenbach: “Sono passati poco più di vent'anni da quando 'Le veritiere confessioni di un africano albino', uscite originariamente in Olanda nel 1984, sono state pubblicate per la prima volta in IT. Era la primavera del 1989. […]. Pochi allora immaginavano che di lì a qualche mese il mondo, così come ci eravamo abituati a concepirlo, immutabile, avrebbe subito una trasformazione radicale. E con il mondo, molto presto, il Sudafrica.
“Se non hai niente da fare vieni in camera mia, ho qualcosa da dirti. Lo sai che mia madre, mio padre e mio fratello, sono in America e che tuo zio ha perso il loro indirizzo? Solo tu puoi trovarli. Trovali, fallo per me.” (p. 66)
Marzo 2008. La webzine “Trilobiti” pubblica un'intervista a un ex talento precocissimo, emergente e poi rimosso, la friulana Valentina Brunettin, classe 1981. La Brunettin racconta tutto sul suo esordio, pubblicato a soli diciotto anni, e accenna alla sua nuova vita da piccola dimenticata dell'editoria, ai suoi nuovi racconti e ai suoi progetti. Sembra un po' avvelenata col sistema, polemizza, si mostra cinica (“Non mi rimane che fare l’impiegata, comprarmi un etto di stracchino alla settimana e farmi fare la French manicure per consolarmi”).
“Appunti sparsi e ribaldi su cani e libri” è una nuova, succulenta plaquette natalizia della Alet, da Padova; negli anni scorsi, avevamo apprezzato “I fatti di Poznan” di Bilenchi e “Lettere alle tre amiche” di Slataper. Stavolta, scopriamo due rari scritti di Steinbeck nella traduzione di Fabio Zucchella.
“I potenti d’oltreoceano sono soliti ripetere che non bisogna dare troppa importanza alla questione, sostenendo in pratica che l’essere umano, per quanto profonda possa essere la palude in cui viene scaraventato, riuscirà comunque a tirarsi fuori con le sue sole forze. Esiste – mi chiedo - un modo di ragionare più orribilmente grottesco di questo? Esiste da qualche parte un credo di tipo umanistico che sia più turpe e meschino di questo?” (pag. 131).
"9/11" è definibile come una "graphic non-fiction" (prima tiratura americana di 100.000 copie), che ha fatto seguito a "L'ombra delle torri" di Art Spiegelman, il creatore di Maus: i devastanti attentati di New York, Washington e Pennsylvania, avevano perciò già avuto un degnissimo tributo a fumetti, ma non nei termini dell’opera di Sid Jacobson e Ernie Colón, dove i due autori sono riusciti a raccontare, senza troppo banalizzare, i complessi avvenimenti che hanno preceduto e seguito il primo attacco di guerra in terra americana.
Cosa significa voler formare un super-redattore? Che senso ha investire nella formazione editoriale? Perché preferire il Master per “Redattori Editoriali” dell’Università di Urbino Carlo Bo ai corsi di formazione e perfezionamento proposti dalle case editrici e dai privati? A queste domande risponderà Gianni Severino, classe 1977, docente di Sociologia dei Processi Culturali e coordinatore didattico del prestigioso Master urbinate (www.centroeditoria.it/).
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