Dice che uno dei dolori più grandi, forse il più grande in assoluto, che possa toccare di vivere a un essere umano sia quello di perdere un figlio. Un dolore così grande che seppur faticosamente somatizzato nel corso degli anni non smette mai di far soffrire e sono sufficienti una foto, un momento di debolezza, un evento simile accaduto a qualcun altro per tornare con la mente a quel terribile momento e per sognare, forse, il giorno del possibile ricongiungimento con quella parte di se stessi prematuramente scomparsa.
In fondo la morte è stata sempre una inseparabile compagna di viaggio dei personaggi dei film di Clint Eastwood, se si vuol ripercorrere brevemente anche solo a fuggevole memoria la carriera dell’ottantenne regista statunitense. Una morte non da temere né da scansare, quella evocata più volte dal cantore crepuscolare delle contraddizioni d’America, e tanto meno è mai stata quell’innominabile ingombro che è nei fatti divenuta per la società occidentale di massa che insegue, più o meno consapevolmente, lo spettro (quello si, ben più mortifero e pericoloso) di un benessere illusorio che si cela dietro infinite maschere.
Che possa esistere la vita oltre la morte è la granitica certezza di quelli che credono nell'anima. Che possa esistere una forma di comunicazione tra i vivi e i morti è una speranza che alimenta le giornate di chi ha perduto qualcuno prima del previsto: prima che fosse “naturale”. Che l'aldilà esista come dimensione parallela, ed estranea alla presenza di un dio, è una visione più letteraria che religiosa. Alè, ci stiamo avvicinando allo spirito dell'opera. Che esista una forma di consolazione per le sofferenze e per le violenze ingiustamente conosciute in terra è un grande sogno di tutti.
Maruja Torres è una scrittrice e giornalista spagnola assai nota nel suo paese, ha collaborato a varie testate (“La prensa”, “Garbo”, “Fotogramas”, “Por favor”, “El Pais”) ed è nota per la sua acutezza e ironia corrosiva. Le edizioni Cavallo di Ferro propongono ora questo romanzo brillante e vivace, che può avere diversi livelli di lettura.
“Non credere nel silenzio, viaggiatore, non bisogna aver fede nel silenzio; è una truffa, una trappola, qui non c'è il silenzio e perché mai dovrebbe esserci? Provati a pensare, che moltitudine. Una moltitudine? Tu dimentichi troppo spesso. Tu hai fede nel silenzio. Perché una moltitudine dovrebbe restare in silenzio? È assurdo! Perchè? Rispondi! Dorme. Ed io non ho più parole” (Parise, “I movimenti remoti”, p. 73).
“Non voglio essere interrogato, e non voglio nemmeno spiegartene il perché. Ti dovrei parlare di me, spiegarti me stesso, e non voglio, soprattutto non so, forse non c’è materia”.
Ha smesso di ascoltare, il protagonista de “Le stelle fredde”, e non sente alcun desiderio di parlare. Ricerca una solitudine capace di mettere distanza. Abbandona il proprio lavoro di pubblicitario, la donna che ha amato, il padre. Si lascia alle spalle l’intera vita, arrivando ad allontanarsi persino da sé stesso. Le pagine iniziali riportano un’insolita visita medica, volta ad accertare una presunta ipoacusia.
“Se questo è l'inferno, questo è il luogo della mia eternità; è la forma di durata che mi sono scelto, o che mi ha scelto; dunque sono un apprendista di me stesso. Non ho il sentimento, che dovrebbe essere connaturato all'inferno, di una definitiva sconfitta; sconfitta che, per esser totale, consentirebbe una sorta di maligna pace. Quel che significhi non so: ma non ho la sensazione di esser stato sconfitto, e oscuramente sospetto che da questa mia convinzione potrà derivare una qualche specifica angoscia, ma anche una letizia mescolata a disperazione, sentimenti che per la loro acredine mi erano da tempo ignoti” (pp. 10-11).
Ultima storia pubblicata in vita da Mark Twain, “Captain Stormfield's Visit to Heaven” (“Viaggio in Paradiso” nell'edizione italiana) venne stampato esattamente cento anni fa, nel 1909. Sei mesi dopo, l'artista americano se ne andava per sempre. L'opera – leggiamo nell'introduzione di Dixon Wecter, esecutore letterario del patrimonio Twain – venne ideata circa 45 anni prima, quando l'allora misconosciuto autore, imbarcato su un piroscafo, s'era ritrovato in mezzo a una tempesta: solo il vecchio capitano della barca era rimasto fermo e freddo, al timone. Infondeva parecchia sicurezza, a quanto pare: e a ragione.
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