Sherman Alexie, nato nel 1966 nella riserva indiana di Spokane, Washington, è uno degli scrittori e artisti nativi più importanti e premiati attualmente in circolazione, con alle spalle ormai una vasta produzione narrativa e poetica e persino trasposizioni cinematografiche. Uno scrittore da sempre attento a descrivere nelle sue opere la condizione dei nativi dei giorni nostri (gli splendidi racconti di “Lone Ranger fa a pugni in paradiso” o le vicende di una rock band di soli nativi in “Reservation Blues”), con le loro contraddizioni, problematiche e aspirazioni, sempre con una scrittura delicata carica di critica sociale ma venata da una sottile vena ironica rivolta a 360°.
“Il tai e l'arte di girovagare in motocicletta. Friuli on the road” è un singolare ibrido tra un memoir, un reportage, un'antiguida e un omaggio pieno di sentimento alla propria terra, al proprio fiume, il Tagliamento, e al proprio popolo. L'artista friulano Flavio Santi, classe 1973, racconta cosa significa essere friulani: quali sono i talenti della sua gente, quale l'indole, quale lo spirito.
La prima edizione di "Capriole in salita" è stata pubblicata dalle Edizioni Lint, Trieste, nel 1996. Si tratta dell'opera di esordio di Pino Roveredo, scrittore che nel 2005, grazie a "Mandami a dire" è riuscito a conquistare il Premio Campiello. "Capriole in salita" è un racconto autobiografico, la cronaca di un lungo viaggio esistenziale che ha portato lo scrittore ad attraversare i territori sconfinati e desolanti dell'alcolismo e di tutte le aberranti conseguenze che l'abuso di alcol può comportare.
L'uomo chiamato John Barleycorn è il protagonista d'una canzone popolare inglese, almeno cinquecentesca. È una canzone antica, omaggiata nel tempo da una micidiale versione pop dei Traffic, contenuta nell'album “John Barleycorn Must Die” (1970), di discreto successo da quarant'anni a questa parte. È una canzone antica e triste, perché racconta la storia della dipendenza di un uomo dall'alcol.
“Disgustato, voltai le spalle alla scena e accesi il computer per ritrovare le mie storie. Sono Bruno Dante, pensai, scrittore di racconti, un tizio con un libro mai pubblicato, una Pontiac di dodici anni e nient'altro al mondo. Un aspirante di quarantadue anni, che nuota controcorrente. Che ricomincia daccapo per l'ennesima volta” (Fante, “Buttarsi”, p. 39).
Dan Fante, scrittore italo-americano classe 1942, è un figlio d'arte con piena dignità artistica, e discreta personalità autoriale. L'ombra del padre, John Fante, è quella scomoda e magnifica del genio. L'opera prima di Dan, “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998; IT, Marcos Y Marcos, 1999; 2010), è la difficile, tumultosa e sofferta trasfigurazione della sofferenza del figlio per la malattia e la morte del padre; coincide con un suo ritorno alla scrittura, e con l'agognata prima giornata di lucidità dopo anni di sbronze e di blackout figli dell'alcol, e della depressione.
Osamu Dazai non era né un personaggio né tantomeno uno scrittore comune. Il suo percorso di vita e di scrittura rappresenta uno degli esempi più drammatici del panorama letterario giapponese della prima metà del Novecento. Iniziò a scrivere nel 1933, ma è solo nel dopoguerra, esattamente con questo romanzo, che la critica inizia a prestare attenzione all’autenticità del suo pensiero prima che alle sue sregolatezze.
“Catherine gli porge il vino, poi si avvicina a me con l'altro bicchiere. 'E tu, Wilberforce?'. E io? La domanda apre tante possibilità. Accetto il vino, e in quel momento le sue dita, raffreddate dal vetro, sfiorano appena le mie. Non ritira subito la mano, e invece mi guarda, per un attimo i nostri occhi si incontrano. Nella sua espressione vedo un'aria curiosa, disorientata. Poi mi lascia il bicchiere in mano. Non apro bocca, nemmeno per ringraziarla. Non riesco a parlare. Lei non sorride né dice nulla, aspetta un momento solo prima di voltarsi e tornare in casa a passo lento. Chi sei tu? Chiede il suo sguardo. Cosa sei tu? Conosco la risposta. Non sono nessuno. Sono chiunque.
Irvine Welsh ci svela un segreto: tutto il mondo (editoriale) è paese. “Ho scoperto per caso questo libro l'estate scorsa – scriveva nel 2002 – È stato ripubblicato di recente dalla Black Ace Books, una minuscola casa editrice di Arbroath, Scozia. A mio giudizio, questo romanzo è una delle più grandi opere di narrativa pubblicate in UK negli anni Ottanta, e resto tuttora alquanto stupito del modo in cui è stato trascurato”.
Secondo memoir di Augusten Burroughs, “Dry” è un monumentale esempio di come una narrazione in prima persona, egoarchica ed egolatrica, e una concentrazione totale e netta sulla propria esperienza esistenziale, possano e sappiano dare vita a grande letteratura. Americana, contemporanea, necessaria: necessaria perché, attraverso la sintesi e la trasfigurazione dell’esperienza esistenziale di Christopher Robison, alias A. Burroughs, viviamo drammi, conflitti e dinamiche universali; e se non universali almeno occidentali, ossia tendenzialmente europee e ovviamente nordamericane.
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