La prima edizione di "Capriole in salita" è stata pubblicata dalle Edizioni Lint, Trieste, nel 1996. Si tratta dell'opera di esordio di Pino Roveredo, scrittore che nel 2005, grazie a "Mandami a dire" è riuscito a conquistare il Premio Campiello. "Capriole in salita" è un racconto autobiografico, la cronaca di un lungo viaggio esistenziale che ha portato lo scrittore ad attraversare i territori sconfinati e desolanti dell'alcolismo e di tutte le aberranti conseguenze che l'abuso di alcol può comportare.
“I postumi della sbornia bisogna averli – il meno possibile, questo sì – come necessario castigo, come equilibratore naturale dell’esistenza. Se la medicina un giorno arrivasse a sradicarli bisognerebbe distruggere il farmaco, a meno che non lo abbia inventato tu, perché ti faresti ricco. Un mondo senza postumi – lasciando stare i miracoli della chimica – sarebbe dunque un mondo senza bevitori, un mondo senza l’atteggiamento allegro e disinibito proprio dello stato d’ebbrezza. Un mondo triste e solo apparentemente più solenne.”
Hemingway, inserita nell’ album Appunti di viaggio, del 1982, è una canzone di poche parole e di tante note. Una canzone dove troviamo due lingue (italiano e francese) e due persone. Uno dei due ascolta. Ascolta il florilegio di immagini del bevitore, la metafora alcolica del curaçao, ascolta il suono del kazoo montare fino a diventare una prova d’orchestra pirotecnica. Ascolta e poi chiede(preoccupato?) come va, e, successivamente, sollevato, se va meglio. Il discorso del bevitore accenna a tante avventure: c’è Zanzibar, c’è Timbuctù, c’è Venezia, coi suoi locali, donne, liquori. Quasi ogni parola è tronca, come a dare l’idea di troncato, di ellittico, e, ovviamente, anche le parole in francese accentano sull’ultima sillaba.
L'uomo chiamato John Barleycorn è il protagonista d'una canzone popolare inglese, almeno cinquecentesca. È una canzone antica, omaggiata nel tempo da una micidiale versione pop dei Traffic, contenuta nell'album “John Barleycorn Must Die” (1970), di discreto successo da quarant'anni a questa parte. È una canzone antica e triste, perché racconta la storia della dipendenza di un uomo dall'alcol.
“Catherine gli porge il vino, poi si avvicina a me con l'altro bicchiere. 'E tu, Wilberforce?'. E io? La domanda apre tante possibilità. Accetto il vino, e in quel momento le sue dita, raffreddate dal vetro, sfiorano appena le mie. Non ritira subito la mano, e invece mi guarda, per un attimo i nostri occhi si incontrano. Nella sua espressione vedo un'aria curiosa, disorientata. Poi mi lascia il bicchiere in mano. Non apro bocca, nemmeno per ringraziarla. Non riesco a parlare. Lei non sorride né dice nulla, aspetta un momento solo prima di voltarsi e tornare in casa a passo lento. Chi sei tu? Chiede il suo sguardo. Cosa sei tu? Conosco la risposta. Non sono nessuno. Sono chiunque.
¿Le gusta este jardín, que es suyo? ¡Evite que sus hijos lo destruyan!
“E la coscienza era stata data all'uomo soltanto perché se ne rammaricasse nella misura in cui ciò avrebbe potuto cambiare l'avvenire. Perché l'uomo, ogni uomo, sembrava dirgli Juan, proprio come il Messico, deve lottare senza posa per elevarsi. Che cosa era la vita se non uno stato di guerra e la sosta di un forestiero? La rivoluzione infuria anche nella terra caliente di ciascuna anima d'uomo. Non v'è pace che non debba pagare un congruo contributo all'inferno” (p. 123)
Irvine Welsh ci svela un segreto: tutto il mondo (editoriale) è paese. “Ho scoperto per caso questo libro l'estate scorsa – scriveva nel 2002 – È stato ripubblicato di recente dalla Black Ace Books, una minuscola casa editrice di Arbroath, Scozia. A mio giudizio, questo romanzo è una delle più grandi opere di narrativa pubblicate in UK negli anni Ottanta, e resto tuttora alquanto stupito del modo in cui è stato trascurato”.
Secondo memoir di Augusten Burroughs, “Dry” è un monumentale esempio di come una narrazione in prima persona, egoarchica ed egolatrica, e una concentrazione totale e netta sulla propria esperienza esistenziale, possano e sappiano dare vita a grande letteratura. Americana, contemporanea, necessaria: necessaria perché, attraverso la sintesi e la trasfigurazione dell’esperienza esistenziale di Christopher Robison, alias A. Burroughs, viviamo drammi, conflitti e dinamiche universali; e se non universali almeno occidentali, ossia tendenzialmente europee e ovviamente nordamericane.
“Che bello se tutto il mondo fosse come sono io adesso, acquietato e intimidito, e come me privo di qualsiasi certezza di sé o del proprio posto sotto il sole! Né entusiasti, né eroi, né invasati: una universale pochezza d’animo. Acconsentirei a vivere sulla terra per un’intera eternità se prima mi si mostrasse anche un solo angoletto dove non sempre c’è spazio per gli eroi”. (V.Erofeev, “Tra Mosca e Petuški”. Mosca. Ristorante della stazione di Kursk).
Commenti recenti
3 ore 36 min fa
3 ore 37 min fa
4 ore 51 min fa
4 ore 52 min fa
6 ore 8 min fa
7 ore 39 min fa
8 ore 2 min fa
8 ore 7 min fa
11 ore 17 min fa
11 ore 20 min fa