Il sultanato di Abdühamit II (1876-1908) rappresenta senza dubbio per ogni turco un punto di svolta. Se non ufficialmente, almeno nei fatti esso è l'ultimo vero sultanato ottomano. Qualcosa di tremendamente lungo si chiude e qualcos'altro dolorosamente si apre. In quel trentennio, una strana schizofrenia, propria del sultano, si rifletteva in tutta la società di Istanbul. Nel corpo del “malato d'Europa”, un microbo esiziale era già a uno stato avanzato del suo corso; come una peste culturale, venuta dall'Occidente, da Parigi, sfondava le difese immunitarie, fatte di tradizionalismo, repressione cieca e conservatorismo.
Intelligenza sottile, anima dalle passioni eterogenee e forti (politica, calcio, rock, letteratura) e dalla viva sensibilità per le sofferenze dei lavoratori e dei figli del popolo, il perugino Giovanni Dozzini, classe 1978, ha dato vita, col suo secondo romanzo breve “L'uomo che manca” (Lantana, 2011), a una pagina di onesta narrativa neorealista.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
«“Cosa ti ho detto questa notte?” - diceva Brogli. “La situazione è tremenda, siamo d'accordo” - rispondeva Serri. “Ma non bisogna disperare finché siamo vivi”. La temperatura divenne meno rigida, cominciò a nevicare sui cappotti degli alpini, sulle groppe dei muli e sulle coperte dei feriti. La sosta era angosciosa, la fame mordeva tutti, i muli addentavano gli spinosi arbusti del bosco, gli uomini silenziosi guardavano con invidia le bestie pensando all'ultima distribuzione di cibo avuto a Sslawianka. “Quando ci hanno dato l'ultima galletta e scatoletta?” - chiedeva il conducente Pilon, morto di fame. “Il diciassette gennaio” - diceva il sergente Fraita. “E oggi quanti ne abbiamo, Clerici?” “Ventuno”.
Orfani di letteratura dedicata al tema dell’emigrazione (eccezioni scarse, e di scarsissimo rilievo), per una incomprensibile forma di riserbo o per una mai pronunciata e mai ammessa vergogna, assistiamo almeno ad un film rivolto all’argomento: ma con una importante differenza rispetto a quel che potremmo attenderci, e che in fondo pareva annunciato nel titolo. “Lamerica”(omaggio al romanzo “La storia” della Morante) è diventata “Litalia”: non siamo noi gli emigranti.
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