"Sono nato trentadue anni fa in una famiglia quanto mai disordinata. Ci si sposava e divorziava con incredibile vivacità”. Con queste premesse, l’autore de Il Sabba, romanzo autobiografico da poco uscito da Adelphi, non poteva aspirare a una vita regolare e piccolo borghese – quando ciò accade, di solito il contrappasso indizia un’infelicità rattenuta, nascosta e difesa con i denti.
“Bé, così gli ho detto: “Vuoi morire?” e lui ha detto: “ Sì”. Ha fatto un paio di battute e ha cercato di abbracciarmi. Avevo ancora in mano l'accetta, così l'ho colpito in fronte. E' caduto. Era morto. Ora dammi quei cento dollari. Devo andarmene da questo Paese”
“Sai cosa ti è successo, Phil? Al ti ha aggredito. Ha cercato di stuprarti. Hai perso la testa. Non ci hai visto più. Lo hai colpito. E' barcollato all'indietro ed è caduto dal tetto. Trovati un bravo avvocato, nel giro di due anni sei fuori” (W. B.).
Sull'identità vicentina e altro - 1
Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione.
"Tutto si riduceva a una idea di fondo: esistono due mondi, tra i quali non ci sono e non possono esserci né vero contatto né possibilità d'intesa, due mondi terribili condannati a una guerra eterna in mille forme. E tra di essi c'è un uomo che, a suo modo, si trova in guerra con entrambi”.
Quinto libro di narrativa di Stelio Mattioni, “La stanza dei rifiuti” [Adelphi, 1976] è un romanzo breve che ha il passo della ballata: è una ballata del Novecento triestino, è una ballata di tre fratelli che nascono giuliani sotto bandiera austriaca, si ritrovano italiani da giovanotti, testimoniano il fascismo, e il rovesciamento del regime, e la provvisoria presenza difensiva angloamericana, e la nascita d'una frontiera innaturale, e i giorni dell'avvento della Dc; è la ballata della fortuna e della decadenza del porto di Trieste, e di tutta una serie di abitudini; è la ballata della sconfitt
Banale quanto si vuole ma tant’è, succede anche ai grandi uomini di finire intrappolati nelle spirali della passione amorosa e perdere quei tratti – è proprio il caso di dire qui – superomistici che ne hanno caratterizzato se non l’autentica biografia almeno l’ambizione e la pubblica rappresentazione, tanto più facendo scalpore o suscitando sarcastiche risa proprio per la distanza fra le altezze siderali dei propositi e gli abissi in cui sono crollati. Perciò appassiona l’affaire Nietzsche-Lou Salomé, per quanto “intellettuale” si voglia definire questo amore, per di più “aggravato” dalla presenza di un terzo incomodo che risponde al nome di Paul Rée.
“Ogni volta nella preghiera della sera – Mio Dio, preserva dalle malattie il papà, la mamma... - sostituiva il nome di sua madre con quello di Mademoiselle Rose, con una vaga speranza omicida.” (I.N.)
Nel 1933, mentre García Lorca attraversava l’oceano diretto a Buenos Aires, affidando ad alcune pagine scritte in viaggio la presenza del duende, l’Europa si affannava a scacciare il demone buono dell’arte e lo gettava in pasto ai suoi carnefici.
Scrittura fluida e profondamente evocativa alla maniera di un mantra, questo librino può leggersi quasi come uno spartito musicale, che segna il tempo di una performance tenuta da Lorca davanti agli ascoltatori latino americani, pronti ad abbandonarsi con entusiasmo alla sua danza.
Grottesco: "delle figure che fanno ridere offendendo o contraffacendo la natura in maniera bizzarra".
“Stanotte, completamente sveglio verso le 3. Impossibile rimanere ancora a letto. Sono andato a passeggiare in riva al mare, sotto l’impulso dei pensieri più cupi. E se andassi a buttarmi giù dalla falesia?Sono venuto fin qui per il sole, e non sopporto il sole. Tutti sono abbronzati, io devo restare bianco, pallido. Mentre facevo ogni sorta di amare riflessioni, guardavo quei pini, quelle rocce, quelle onde visitate dalla luna, e improvvisamente ho sentito fino a che punto sono inchiodato a questo bell’universo maledetto”.
In Marte Fritz Zorn tratteggia con penna felice e venefica questa anatomia dell'anatema: «Allora il Signore del Cielo rispose a Giobbe e disse: "Non ho creato il coccodrillo? Chi preme in quella doppia dentatura? Chi ha aperto le porte delle sue fauci? Sui suoi denti è deposto l'orrore. Non ho forse creato io il coccodrillo, che in quanto a orrore supera ogni altra cosa? Non può forse il coccodrillo mordere, amputare, mutilare, divorare, distruggere? Come puoi pensare di mettere in dubbio la mia autorità, dal momento che io sono il Signore di tutti questi orrori?" Allora Giobbe rispose al Signore e disse: "Hai ragione.
Cosa e come scrivere dell’incredibile romanzo di Shirley Jackson “Abbiamo sempre vissuto nel castello” pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 e portato in Italia da Adelphi nel 2009, sono state due domande che mi hanno disturbato parecchio in questi giorni al termine della sua rilettura.
Entrare in una libreria con pochi soldi a disposizione può essere anche una fortuna. Bisogno di leggere che si scontra con la cronica assenza di liquidità e allora ricerca fra gli scaffali di qualcosa che possa unire qualità e prezzo e allora ci si aggira instancabili fra bancarelle dell’usato e librerie più o meno conosciute. Lo sconforto aumenta fino a quando l’occhio si posa su un libretto di 82 pagine, copertina rossa, edizioni Adelphi. Un nome, Shirley Jackson. Una garanzia o forse anche una sfida. 8 euro per 82 pagine sono forse anche troppi ma nel retro di copertina leggi un riferimento a Orson Welles, poi una data, il 1949, e ti accorgi che stai leggendo da un po’ troppo tempo romanzi e saggi usciti negli ultimi 10 anni.
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