Leggendario redattore – ed editor – di una rivista di recensioni e critiche dei videogames come “Zzap!”, indistruttibile totem (per le stroncature, e non solo) della mia generazione, cresciuta (bene) leggendo ogni mese la sua edizione italiana e quindi la sua gemella (per l'Amiga) “K”, Gordon Houghton è diventato romanziere. Ce ne accorgiamo, con una discreta dozzina d'anni di differita, grazie alla traduzione del suo secondo romanzo, “L'apprendista”, pubblicato da Meridiano Zero nel 2010.
“Se questo è l'inferno, questo è il luogo della mia eternità; è la forma di durata che mi sono scelto, o che mi ha scelto; dunque sono un apprendista di me stesso. Non ho il sentimento, che dovrebbe essere connaturato all'inferno, di una definitiva sconfitta; sconfitta che, per esser totale, consentirebbe una sorta di maligna pace. Quel che significhi non so: ma non ho la sensazione di esser stato sconfitto, e oscuramente sospetto che da questa mia convinzione potrà derivare una qualche specifica angoscia, ma anche una letizia mescolata a disperazione, sentimenti che per la loro acredine mi erano da tempo ignoti” (pp. 10-11).
“Prigione, donna infedele, sedia sfatta: lì abita l'imperfetta divinità, o forse la perfettissima a noi accessibile” (p. 47). Perché la divinità ingannevole, insegnava l'artista, è l'unica possibile, capricciosa com'è, e sleale, incostante; “occorre la sevizia a fare un dio”, servono esercizi periodici di insonnia e di sperma. Sperma?
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