Un'intensa mezza figura di Humphrey Bogart prende vita sullo schermo di un piccolo cinema. Intimo e rarefatto, il fascio luminoso del proiettore accarezza di sfuggita il volto di un giovane avvolto dalla penombra della sala.
Dissolvenza.
Stati Uniti, anni Trenta.
Le note di una canzone drammatica e struggente accompagnano delle automobili che si avvicinano lentamente ad una casa. Da una delle auto viene tratta una bara di legno lucente, trasportata con cura all’interno della villetta, mentre gli occhi vigili e addolorati di Ray Tempio (Christopher Walken) scortano il feretro che viene delicatamente riposto nel salone.
Non sempre chi comanda in città è eletto dalla gente.
Questa è la storia di un uomo solo. E' una storia violenta, oscura e notturna. L'uomo in questione si chiama Frank White ed è un gangster. Frank è appena uscito di prigione, ha scontato senza fiatare quanto c'era da scontare, per il sistema giudiziario ha reso alla comunità quanto doveva. Adesso è un uomo libero. Ma la prigione lo ha cambiato, "Ho perso del tempo, mi è sfuggito di mano". E adesso Frank è in cerca di redenzione. Riuscire a finanziare un ospedale nel Bronx, per esempio.
L’origine. Alle 23 e 01 la nostra videoteca chiude fragorosamente i battenti: supplichiamo la commessa che, scotendo l’indice a mo’ di tergicristallo, ribadisce l’impossibilità di accogliere le nostre profferte: uno di noi era indegnamente in ginocchio, le mani conserte, la lingua pendula. Non resta che l’anonima e notturna edicola di fianco, stranamente deserta.
“Oh, Abel Ferrara!” – “Ah! The Addiction! Non l’ho visto, e tu?”
Ovvero "Mai fidarsi delle sartine"
Alla folta schiera dei vendicatori cinematografici fino a pochi anni fa mancava giusto una dolce sartina e dal 1980, solo grazie a quel pazzo scatenato di Abel Ferrara, abbiamo rimediato a questa carenza.
Forse non è proprio esatto definire sartina la giovanissima Thana, come hanno fatto ben altri autorevoli recensori, ma il concetto non cambia affatto: stiratrice in una casa di moda, la nostra sfortunata eroina, affetta da un mutismo che amplifica a dismisura la sua naturale timidezza e dolcezza, viene sottoposta dal manager dell'atelier ad attenzioni del cui disinteresse e spiritualità è lecito dubitare.
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