Morelli Anselmo

Morelli "ricevitor postale" e poeta popolare "di frontiera" 1^ parte

Autore: 
Morelli Anselmo

Anselmo Morelli  “ricevitor postale” e poeta popolare “di frontiera”

Prima parte
   Sembrerebbe sussistere un dato “oggettivo” da cui partire per un’esegesi della produzione poetica di Anselmo Morelli, un dato che sarebbe nelle cose, e che parrebbe addirittura inscritto nel titolo da lui stesso voluto per la raccolta delle sue liriche: “poesie popolari”. Il condizionale è però d’obbligo, perché, come vedremo, le cose non sono poi così semplici come potrebbero apparire a prima vista,
     Non si conoscono, e probabilmente non si sapranno mai, le ragioni per le quali un ufficiale, un “professore di italiano” (V. la poesia omonima, “Ad un professore d’Italiano”), nel corso della “Grande guerra”, si mostrò insensibile e indifferente di fronte alle poesie di Morelli, il quale lo aveva pregato di esprimere un giudizio su di esse. Forse l’ufficiale pensò che non fosse quello il momento opportuno per dedicarsi a faccende minime, come la raccolta di poesie di un suo subalterno, ma, trattandosi di un “professore di italiano”, è molto probabile che un qualche cosa di “molesto” gli fosse scattato nella mente alla lettura del titolo delle liriche di Morelli: “poesie popolari”, che era come dire, per un borghese colto del tempo,  e per di più  letterato,  “cose da nulla”.
      In effetti la poesia popolare non godeva di buone credenziali tra gli addetti ai lavori tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, ed era a tutti gli effetti considerata “poesia inferiore”, nonostante, a onor del vero, in Italia si fossero avviati sin dalla metà dell’Ottocento studi appassionati sulla letteratura popolare, con esiti davvero eccellenti, grazie a studiosi come il Pitré, Alessandro D’Ancona, il Barbi, il Santoli, il Nigra e, per l’area ferrarese, Giuseppe Ferraro. E’ da cinquant’anni a questa parte che, sull’onda delle problematiche suscitate dall’ intervento di Benedetto Croce su Poesia popolare e poesia d’arte, la letteratura popolare è stata rivalutata in tutti i suoi aspetti, conseguendo alla fine un proprio statuto autonomo, che non solo le ha permesso di superare il confine che la divideva dalla poesia “alta”, ma di assumerne del pari eguale dignità letteraria e scientifica. (1)
    Tuttavia, e in via preliminare, occorre intendersi allorché si discute di “poesia popolare” o di letteratura popolare in senso lato.
   La nozione di “poesia popolare” o di letteratura popolare non è poi così limpida e chiara come potrebbe apparire. Quando poc’anzi si alludeva agli studi sulla letteratura popolare, ci si riferiva alla produzione popolare in senso stretto, di natura eminentemente folclorica e spesso in dialetto.  Nel caso delle “poesie popolari” di Morelli le cose cambiano, e di molto. Si Accennerà qui brevemente, rimandando il lettore agli approfondimenti successivi, agli aspetti effettivamente “popolari” delle poesie di Morelli, distinguendoli da quelli che egli credeva fossero tali.
   Nel senso appena indicato, il caso più macroscopico è costituito dalle poesie di guerra, che  sono solo latamente “popolari”, e non tanto per la metrica, che riflette le forme della più genuina tradizione popolare, o per il tema in sé, largamente presente nella “cultura” del popolo, quanto per il fatto che esse non sono alternative rispetto all’ideologia della classe dirigente dell’epoca, e anzi ne rispecchiano fedelmente il punto di vista. Un dato basilare da cui partire è la constatazione che le poesie di guerra effettivamente popolari in special modo relative alla prima guerra mondiale sono sempre “di protesta”, e mai accondiscendono a giustificazioni di essa.  Una poesia che potrebbe avere le carte in regola, pur riferendosi a eventi precedenti la “Grande Guerra”, per essere accostata al canto popolare vero e proprio potrebbe essere, per esempio, quella di Ulisse Barbieri (Mantova, 1842 - S. Benedetto Po, 1899), il quale così criticava l’intenzione del governo di inviare ancora soldati in Abissinia dopo la sconfitta di Dogali (1877): “No, non è patriottismo, no, per Dio!!!/Al massacro mandar nuovi soldati,/Nel tener … quei che si son mandati/Perché dei vostri error paghino il fio!/Ma non capite… o branco di cretini…/Che i patriotti… sono gli Abissini?”. (Le sottolineature nel testo sono dello stesso Barbieri).(2)   Sulle ragioni per le quali Morelli “vedeva” le proprie poesie di guerra come espressione dell’animo popolare si ragionerà fra breve.
   Possono, al contrario, essere inscritti entro un ambito schiettamente “popolare” certi ritratti che egli ci consegna di se stesso,  che, povero “ricevitor postale”, sa vedersi realisticamente al di fuori di ogni mascheramento ideologico, perché l’animus popolare si evidenzia laddove c’è protesta morale per l’ingiustizia patita o per la condizione esistenziale precaria; oppure nelle “cronache” ch’egli sa fare della vita di paese, o ancora nel reiterato gusto per la sentenza gnomica, greve di un pessimismo profondo per come vanno le cose di questo mondo. E infine, Morelli può a giusta causa dare il titolo di “popolare” al suo canzoniere, sia pure con i distinguo proposti, perché esso è il frutto maturo di un uomo di estrazione popolare, un contadino, “un figlio del popolo”, per sua stessa definizione.
   Ma torniamo al motivo per cui Morelli riteneva “popolari” le sue canzoni di guerra. Morelli era profondamente convinto  che la sua poesia confluisse nell’alveo del grande fiume della “poesia popolare”, senza però sospettare che “quel tipo” di produzione  rispecchiava semplicemente il concetto di “popolarità” così come l’intendevano i romantici, e in particolare Berchet, che ne fu il divulgatore e il più acceso sostenitore. Per Berchet “la poesia deve essere popolare”, e, per essere funzionale a tale fine, deve essere educativa,  per vari versi sentimentale, ma, soprattutto, radicare nell’animo dei lettori l’amore per la patria. (3) Attraverso l’Ottocento,  il “verbo” romantico trovò una folta schiera di interpreti, che, in versi rapidi, di facile memorizzazione, diffusero la morale patriottica e civile.  Anche quelle ariette, che correvano sulla bocca di tutti, come la famosa “Addio, mia bella, addio,/l’armata se ne va”, di Carlo Alberto Bosi (1813-1886), o quell’altra di Arnaldo Fusinato (1817-1889) (“Il morbo infuria, il pan ci manca,/Sul ponte sventola/Bandiera bianca”), o “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini (1821-1872) (“Eran trecento, eran giovani e forti,/E sono morti”), erano popolari” nel senso che correvano sulla bocca del popolo, ma non erano composte da personaggi di estrazione popolare: Bosi e Fusinato erano avvocati, Mercantini era insegnante. (4) Morelli era un poeta semicolto, e quello che non poteva sapere era il fatto che la poesia “patriottica” propugnata da Berchet e da una folla innumerevole di epigoni non era fatta dal popolo, ma per il popolo, ovvero per veicolare nel “ceto medio” i valori della classe dirigente del tempo.  Morelli testimonia che l’operazione è perfettamente riuscita.
   Tale eredità fu poi raccolta da Carducci, il quale metteva “l’Italia sopra tutto” e “sognava, sopra tutto, un’Italia guerriera”. (5) Come vedremo, la poesia “di guerra” di Morelli ha in questi ideali i suoi principi ispiratori, che poi ebbero modo di manifestarsi in pieno quando scoppiò la prima guerra mondiale. Nato nel 1879, cominciò probabilmente a scrivere poesia agli inizi del Novecento: la sua prima lirica datata risale infatti al 1903. Poiché aveva la licenza elementare, è probabile che la sua formazione culturale sia stata quella dell’autodidatta, con scarsi strumenti formativi a disposizione. Ma è altrettanto probabile che sia l’aula scolastica sia le successive letture lo abbiano messo in rapporto con il concetto di “poesia popolare” così come l’intendevano i romantici.   A livello  tematico, si dice, la “poesia popolare” è tipica, anzi, la “tipicità” ne costituisce l’essenza. Ora, uno dei temi canonici della poesia popolare agli inizi del Novecento fu quello della “Grande Guerra”: un evento epocale, che significò, soprattutto, un patimento collettivo di popolo cui mai fosse stato dato di assistere in Europa. Un evento talmente apocalittico che, ricorda Isnenghi, il reduce della “Grande Guerra”, in una qualsiasi discussione, prima o poi, tornava a parlare della sua “ossessione”, ovvero di “quella guerra”. (6)
   E’ un fatto che la poesia popolare ci ha tramandato canti  di guerra che, ancora oggi, molti conoscono a memoria. Infatti, il “popolare” è dato soprattutto dalla vastità e dall’intensità della tradizione, nonché dalle varie elaborazioni cui è stato sottoposto il tema. In questo senso, una cultura veramente “popolare” la si osserva, rileva De Mauro, durante la prima guerra mondiale, quando il canto di guerra, di dissenso e di protesta, diviene canonico e generalizzato.  Le canzoni dei soldati, sottolinea ancora De Mauro, “raramente sono ispirate a odio per il nemico”, ma essenzialmente alla “disperazione per la partenza”, alla “sofferenza per la lontananza” e, infine, alle “privazioni”. Alcuni esempi: “ E’ col cifolo del vapore/la partenza del mio amore./E’ la partenza de lo mio amore/chi sa quando ritornerà”.
“Se avete fame guardate lontano/ se avete sete la tazza  alla mano/se avete sete la tazza alla mano/ che ci rinfresca la neve ci sarà”. E infine: “ Monte Nero monte rosso/traditore della vita mia/ ho lasciato la mamma mia/ per venirti a conquistar./ Per venirti a conquistare/ ho perduto tanti compagni/ tutti giovani sui vent’anni/ la sua vita non torna più./ Colonnello che piangeva/ a veder tanto macello/”Fatti coraggio alpino bello/ che l’onore sarà per te”.
   Il canto popolare dei soldati, dunque, era “di protesta”: si denunciavano gli inutili spargimenti di sangue, la rigidità della disciplina, la lontananza da casa protratta per molti mesi, e il morire per  “l’onore” non faceva parte di una categoria morale sentita a livello di popolo. Quasi una “summa” del modo di sentire le guerra da parte della poesia popolare è “Gorizia”:
 La mattina del cinque di agosto
Si movevano le truppe italiane
Per Gorizia, le terre lontane,
e dolente ognun si partì.
Sotto l’acqua che cadeva al rovescio
Grandinavan le palle nemiche;
su quei monti, colline, gran valli
si moriva dicendo così:
“O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu, ecc. (7)
 
 
   E’ pertanto un dato di fatto che nella poesia “di guerra” di Morelli c’è un’evidente  dissonanza rispetto al tono dei “canti” popolari dello stesso genere. E in effetti la sua produzione relativa alla guerra non si può  davvero inquadrare nel solco della poesia popolare “di protesta”, ma, al contrario, lo si ribadisce, la sua voce fece eco a quella dei tanti “letterati”, che esaltarono la forza e il coraggio dell’Italia carduccianamente “guerriera”.  Il che non significa che Morelli non sentisse profondamente il senso d’angoscia che accomunava tutti i soldati; solo che in lui, accanto al  senso di raccapriccio, alla denuncia dei disagi per la lontananza dalla casa e dalla famiglia, c’è qualcosa in più, ovvero la ricerca di una giustificazione, o, per meglio dire, delle ragioni, quasi sempre  patriottiche, della grande guerra. Voglio qui dire subito che personalmente credo nella sincerità del sentimento patriottico di Morelli, che anzi lo sostiene anche nei momenti più duri del distacco dai figli e dalla famiglia, tanto più amaro perché, al momento del richiamo alle armi, egli era già “un vecchio del ’79”. A intendere le ragioni del sostanziale “consenso” di Morelli alla guerra, è necessario in via preliminare esplorarne ulteriormente le matrici sociali e la formazione culturale.
   Morelli, già l’abbiamo notato, era nato nel 1879 e aveva fatto le elementari. Si era affacciato al mondo della scuola intorno alla metà degli anni ’80, proprio in uno dei momenti cruciali dell’impegno della classe dirigente di allora verso quella che veniva definito il problema “dell’istruzione popolare”. Il tema era a dir poco lacerante e dalla sua soluzione dipendeva il controllo di una società che dava sempre più marcatamente segni di insofferenza. Dei primi anni ‘80  è lo scoppio della protesta rivoluzionaria della “Boje”; socialisti e anarchici sembrano mettere a prova durissima gli apparati di controllo, prefetti e polizia. Gli scioperi si susseguono a un ritmo sempre più incalzante, con adesioni sempre più massicce di contadini e operai. La scuola è chiamata, sin dagli albori dell’Unificazione, a svolgere un ruolo di coesione sociale attraverso la trasmissione di valori forti, che si potrebbero riassumere in alcuni punti di fondo: istruzione religiosa al primo posto, poi, a seguire, esaltazione della casa regnante; quindi, a creare, come si diceva, “uomini operosi, intelligenti, sobrii, amanti del lavoro e del risparmio”. Si diffuse in Italia, attraverso un’editoria popolare in fortissimo incremento, il cosiddetto “smilismo”, da Samuel Smiles, fautore dell’etica del “self-help”, in cui “si enunciava le tavole di valori a cui era indotto a uniformarsi nella sua quotidianità l’italiano medio”, nel tentativo “di propagare una “forma mentis” adatta all’industrialismo, fondata sull’etica del lavoro, del sacrificio, del risparmio, della perseveranza e della previdenza”. Michele Lessona propagandò tali idee nei manualetti popolari Hoepli, traducendo efficacemente l’ “help-self” inglese con un “Volere è potere”, pubblicato a Firenze nel 1869. Il libro avanzava per proverbi: “ Chi tempo ha e tempo spetta, tempo perde”, “Chi non s’avventura, non ha ventura”, e via di questo passo. (8)
    Dal 1886, anno in cui Morelli iniziava la scuola, circolava nelle aule un libretto la cui lettura fu canonica fin oltre la metà degli anni ’50 del Novecento: Cuore, di De Amicis. Ricordo brevemente com’è strutturato il libro, scandito opportunamente in “letture mensili”: Il piccolo patriota padovano, Il piccolo scrivano fiorentino, Il tamburino sardo, Sangue romagnolo, Valore civile, Dagli Appennini alle Ande. Ma soprattutto, ciò che veniva veicolato nelle menti dei giovani scolari erano alcuni valori che dovevano diventare un patrimonio non soltanto dei ceti borghesi, ma di tutti:  il merito, lo studio e il lavoro, l’assoluto rispetto del potere e della gerarchia, patria e onore ( due parole chiave di Morelli). Queste sono le “fonti” della cultura di Anselmo Morelli, che tornano martellanti e insistenti nella sua poesia. Ma vediamo un po’ più da vicino cosa prevedeva la legge Casati del 13 novembre 1859, n° 3725, all’art. 315, per l’istruzione elementare inferiore. Anzitutto, la legge raccomandava soprattutto la lettura. E così proseguiva: “ L’istruzione del grado inferiore comprende: l’insegnamento religioso, la lettura, la scrittura, l’aritmetica elementare, la lingua italiana, nozioni elementari sul sistema metrico”. Il manuale più diffuso nelle scuole elementari era quello di Giovanni Scavia, improntato in larga parte sul concetto di “dovere”: Libro del popolo, ossia trattatello d’igiene, esposizione dei doveri dell’uomo…, esempi di lettere, conti, suppliche, ad uso delle scuole rurali e serali. Pubblicato nel 1860, nel giro di cinque sei anni ebbe ben cinque edizioni. Nella Parte Seconda, relativa ai “doveri dell’uomo”, al capo I, si leggeva: “Doveri verso Dio. Della fede. Della Speranza. Della carità. Del culto dovuto a Dio”. Nel capo II erano illustrati i “doveri verso di noi”, nel III i “doveri verso il prossimo” e nel IV i “doveri d’urbanità”. Tra i “doveri del cittadino” ce n’erano alcuni interessanti, relativi al concetto di “economia”, ma che in pratica riguardavano il rapporto ricchi-poveri, ponendo l’accento sul concetto del “risparmio” e del, diciamo così, “sapersi accontentare”. Sentiamo Scavia: “E qui pure cadono in acconcio alcune massime di economia domestica, quanto comuni, altrettanto utili ai padri di famiglia. Se un uomo non sa fare un po’ di risparmio a misura che guadagna, morrà povero dopo di avere logorato la vita nel lavoro… Il povero che vuole passare per ricco finisce a somiglianza della rana, che voleva diventar grossa come il bue. A forza di gonfiare scoppiò”. Per quanto riguardava lo studio della lingua italiana, la legge Casati prevedeva il seguente programma: “ Figure grammaticali. Norme intorno ai principali generi di componimento. Racconti morali e storici ritratti specialmente dalla storia patria (corsivo mio). Descrizioni. Favole. Lettere ed altri scritti di più comune uso. Esercizi progressivi di calligrafia”. Dall’esempio di una pagina  di manoscritto riportato da Raminelli nella sua silloge, curata in modo encomiabile, in effetti si può affermare che Morelli aveva una grafia molto bella, e si nota che dietro di essa c’è della “scuola”. Sempre per la lingua italiana si prevedevano: “Esercizi di scrittura sotto dettatura. Studio della prima parte della grammatica. Racconti, lettere e altri scritti semplici e di uso pratico aiutati anche da una traccia”. In genere gli esempi e le “poesie da mandare a memoria”, la cosa era molto raccomandata, erano di autori “classici”: Petrarca, Boccaccio, Annibal Caro,  Gaspare Gozzi, Redi, ecc. (9)   E’ evidente che, con tutta quella sequenza ininterrotta di “doveri”, per Morelli il senso della gerarchia assumeva un valore quasi metafisico. Infatti, anche di fronte a palesi ingiustizie perpetrate dai superiori in lui non c’è mai lo scatto rabbioso della rivolta, ma, al massimo, la rampogna di carattere morale, e poi la rassegnazione.   Quindi era con questa formazione che Morelli si affacciava al grande evento della prima guerra mondiale. Ma c’è ancora qualcos’altro da considerare. La licenza elementare offriva a Morelli l’ opportunità di accedere ai pubblici uffici, tanto è vero che egli diventò “ricevitor postale”. Si trattava di un impiego non ben remunerato e faticoso, ma socialmente più che rispettabile, che tra l’altro letteralmente lo sottraeva alla condizione contadina e popolare di partenza, inserendolo a stretto contatto con la borghesia colta di Serravalle: i suoi rapporti di sostanziale amicizia, mista a una sorta di timore reverenziale con il medico del paese, “uomo colto” e anche con i vari sacerdoti succedutisi a Serravalle lo ammettevano fra coloro che “sapevan di latino”. Ma il suo lavoro quotidiano lo poneva a contatto soprattutto col popolo, al servizio del quale egli spendeva quasi tutte le sue energie, in una stanzetta d’ufficio angusta e fredda, tanto che la nebbia vi penetrava all’interno, gelando d’inverno “ufficio e ufficiale”.
In tal senso, Morelli in effetti è un uomo “di frontiera”, a metà strada tra la cultura borghese, in mezzo alla quale era stato cooptato in forza della professione, e il popolo, in cui affondavano le sue radici sociali e culturali. (10)  Proprio in virtù di questa sorta di dimidiazione, la sua “poesia popolare” risente delle spinte ideologiche di entrambe le culture , anche se quella “borghese”, specie nelle poesie di guerra, ha una presenza estremamente forte, soprattutto perché verso la fine dell’Ottocento le armi dell’ideologia e della propaganda si fecero sempre più insistenti e raffinate, proprio in quanto rivolte a un ceto medio impiegatizio a cui Morelli può e deve essere ascritto. In una società come quella italiana tra fine Ottocento e inizi del Novecento il ceto dei “semicolti” diventa la cerniera di congiunzione tra la classe dirigente, e i suoi valori, e il popolo: esso funge, come osserva acutamente Ernesto Ragionieri, da vero e proprio “mediatore del potere”. (11) Si trattava dunque di persone “acculturate”, che sapevano leggere i giornali, ma che non disponevano di ulteriori strumenti critici di verifica, per cui erano destinate a diventare le prime vittime incolpevoli della propaganda. Non è per attenuare la posizione di Morelli, ma in effetti erano ben pochi, nell’Italia liberale, che potevano vantarsi di conoscere “come stavano le cose”, specie in materia di politica internazionale. Fu solo durante il fascismo che fu fondato l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) che, pur tra mille precauzioni, aveva un suo bollettino scientifico abbastanza diffuso, la “Rassegna di politica internazionale”, letta dagli addetti ai lavori del Ministero degli Esteri, ma abbastanza conosciuta anche nelle scuole superiori e rivolta a insegnanti e studenti. Con tutto ciò, la “Rassegna” e la biblioteca dell’ISPI erano comunque per pochi privilegiati, e la grande massa della popolazione era più che altro debitrice delle sue “conoscenze” di politica estera a una stampa controllata. “ E’ sbalorditivo”, commentava incredulo Gioacchino Volpe, nazionalista e storico del fascismo, e pertanto non sospetto di partigianeria, “è sbalorditivo … che delle migliaia e decine di migliaia di italiani abbiano invocato la guerra, abbiano fatto la guerra, avendo in tasca due o tre formulette: “libertà e giustizia”, “principio di nazionalità” e simili…”. (12) Poco prima dell’intervento dell’Italia in guerra il Ministero dell’Interno emanò una circolare “riservatissima” ai prefetti del Regno, con lo scopo di sondare quali fossero gli umori dell’opinione pubblica rispetto a un probabile intervento dell’Italia. Da Nord a Sud le risposte dei prefetti furono inequivocabili: lo “spirito pubblico” era contrario alla guerra.  “Propende la maggioranza per la neutralità” (Regia Prefettura di Torino); “la grandissima maggioranza della popolazione… non invoca né desidera la guerra” (Regia Prefettura di Cuneo); “ La grande popolazione  di questa provincia è contraria a una eventuale entrata in guerra” (Regia prefettura di Roma); “la gran maggioranza della popolazione concepisce la guerra non altrimenti che come un malanno a somiglianza della siccità, della carestia, della peste” (Regia prefettura di Taranto); e così via anche per le “Regie prefetture” di Caserta, di Bari, di Cosenza, di Catanzaro, di Palermo.     Ma  l’idea di una facile guerra di conquista allettava le menti di molti esponenti del governo, da Salandra a Sonnino, in quanto all’inizio del 1915 l’Austria sembrava già in crisi a causa de dei rovesci sul fronte orientale e serbo. Il famoso “Patto di Londra” prometteva all’Italia, in caso di sconfitta dell’Austria, ricompense territoriali di tutto rispetto, dal Trentino al Tirolo, da Trieste a Gorizia e molto altro ancora. Il problema più delicato da risolvere consisteva nell’individuazione dei modi attraverso cui convincere l’opinione pubblica della necessità della guerra. Si puntò allora sul concetto di “libertà dei popoli” dal dominio della “piovra” austro-ungarica. E infatti su vari giornali dell’epoca l’impero austriaco, che diventa “l’impero della preda ossia la Piovra d’Absburgo”,  è rappresentato appunto “graficamente” come una possente piovra che stritola nelle sue spire la Boemia,  “regno indipendente violentemente assoggettato dall’Austria nel 1627”; la Galizia, “strappata alla Polonia nello smembramento del 1772”; il Trentino, “strappato al Regno italiano nel 1815, per garantirsi la strada verso la valle del Po”; l’Istria, “ terre della Repubblica Veneta fino al 1797 sacrificate all’Austria”. E così la “piovra” va a stritolare Croazia e Slavonia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia ed Ungheria. Le maggiori testate giornalistiche, a partire dal “Corriere della Sera”, che già dalla guerra di Libia aveva raggiunto il mezzo milione di copie, spingono per la guerra, esasperando il patriottismo, e coinvolgendo un sempre maggior numero di persone. (13) La cosa fu notata all’epoca dal nostro ambasciatore a Berlino, Riccardo Bollati, che nel 1914, alla vigilia del nostro intervento, riguardo alla feroce campagna antiaustriaca dei giornali, scrisse fuori dei denti: “ … Un centinaio di giornalisti si trascinano dietro una massa di brave persone e ignoranti (corsivo mio), le quali credono di avere compiuto il loro dovere verso la patria gridando: Abbasso l’Austria! Questi giornalisti, gli uni per infame avidità di lucro, gli altri per vanità e debolezza, si addossano una immane responsabilità”. (14) Ma cosa intendeva il nostro ambasciatore a Berlino allorché riconosceva amaramente che la politica estera italiana era stata gestita in modo dilettantesco lasciandola in mano a una stampa più o meno “avida di lucro” o “debole”? Stigmatizzava essenzialmente il fatto che  fossero rimaste inascoltate le voci dei veri “competenti” di politica internazionale, ovvero quella sua e di altri ambasciatori, i quali erano giunti, attraverso un lungo lavorìo, e con l’appoggio tedesco, a far sì che l’Austria fosse disponibile a una cessione del Trentino in cambio della neutralità. E poi, si faceva notare, nessuno in Europa tra le maggiori potenze, dalla Germania alla Francia e all’Inghilterra, aveva un reale interesse alla dissoluzione dell’impero austro-ungarico, ritenuto un “tampone” indispensabile in funzione anti-russa. “Per avere in Europa centrale un tampone assolutamente necessario – sosteneva il barone Battaglia – contro l’avanzata russa verso occidente… e contro quella tedesca verso il Sud, non era forse necessario conservare l’Austria-Ungheria, anche mutilata?”. (15) Il neutralismo fu invece messo in crisi sia dai nazionalisti sia dai cattolici, con ovvia esclusione del Vaticano, che però lasciò larga autonomia decisionale alle organizzazioni cattoliche. In questo senso, studi molto approfonditi sul comportamento dei cattolici tra guerra e neutralismo hanno portato a conclusioni per cui “ il presunto neutralismo cattolico viene fuori drasticamente ridimensionato ai soli gruppi di Miglioli e dell’ “Unità Cattolica”. Per le altre componenti si va da un atteggiamento “salandrino” al più sfrenato lirismo bellicista…”. (16) L’osservazione è storicamente giusta, ma va attenuata  con i rilievi di  Scoppola, il quale osservò che era pur vero che  molti giovani delle associazioni cattoliche erano diventati interventisti, ma rifacendosi al solito leit-motiv largamente diffuso nell’Italia di allora, ovvero che essi “si rifanno al motivo delle libere nazionalità oppresse dall’Impero austro-ungarico, si rifanno alla tradizione mazziniana del nostro Risorgimento, Si tratta dunque di un interventismo che ha motivazioni opposte a quelle prevalenti nell’opinione pubblica italiana…. di tipo nazionalista”. (17) Il che costituisce un’ulteriore riprova del fatto che quasi nessuno in Italia sapeva come stavano effettivamente le cose in politica estera, e che  “ignoranti” erano quasi tutti gli italiani. Le voci del buon senso dei nostri diplomatici, voci invero flebili e un po’ troppo chiuse dentro il “Palazzo”, erano sommerse dai clamori della propaganda interventista.
Ed ecco che anche Anselmo Morelli vede nella “Grande guerra” la risposta giusta alla tirannia austriaca, che tiene sotto il tacco i popoli, invadendo impunemente paesi liberi come il Belgio. L’Italia vede, e chiama a raccolta i suoi figli, segnando a dito  “il vile oprar” del “barbaro selvaggio”, che aveva impunemente infranto il diritto delle genti:
 
 
 
 
“Grido di guerra” (1917)
 
 
Sentisti, o patria! Disperato il grido
Appellator della sorella Belga,
che lacerando l’aria
dall’una all’altra terra,
tutta la sfera avvolse.
   Brandisti allor fremente
L’arme temprate al fuoco
Sui campi libici…
   Fremesti! E tutti i figli tuoi chiamasti;
e tendendo la destra man segnasti
il vile oprar del barbaro selvaggio
ch’aveva il dritto delle genti infranto.
   L’anima tua gentil pianse di sdegno,
e non curando l’aspro e duro impegno,
contro l’usurpator, nembi d’armati
a vendicar spingesti. (“Grido di guerra”, 1917. Non antologizzata)
 
Nell’ultima quartina v’è la pezza giustificativa della necessità dell’intervento in guerra: non si può rimanere inerti di fronte all’ “usurpator”, per cui l’Italia scaglia contro di esso, incurante di ogni sacrificio, “nembi d’armati”, vendicatori del diritto delle genti, infranto dal “barbaro”. Morelli tornerà ancora, con argomentazioni simili, in un’altra lirica di guerra, cercando di far riflettere le mogli e le madri che hanno perduto rispettivamente i mariti e i figli. Egli, nel suo tentativo “consolatorio”, cerca di far “ragionare” le vedove e le madri, facendo loro notare le “reali” ragioni del conflitto. Morelli, tra l’altro, conosceva molto bene i motivi per i quali circolava tra il popolo un’avversione profonda al concetto di “patria” e del conseguente “morire per la patria”. Ma quale “patria” hanno i miseri braccianti, osserva Morelli facendosi apparentemente interprete della protesta popolare, non cittadini ma “servi”, che non possiedono nulla, né il campo sul quale faticano né la casa in cui riposano stanchi la sera? E’ questa la “traduzione” poetica di un sentimento diffuso tra il fante-contadino della “grande guerra”,  un tema ripreso da un canto contadino, del 1919, di area meridionale:
 
 
Sta campagna nun è nosta
Comm’è nosta sta fatica…
 
 
Di quale patria fu l’estinto servo?
E da qual legge si lasciò sedurre
Contento ad inchinar al suol protervo
L’umile corpo e come agnel condurre?
   Se il fruttifero campo suo non era
Né il frutto delle membra faticate
Nemmen la casa che l’albergava a sera
Di quale patria allor voi mi parlate? (“Il pianto”, del 1917, non antologizzata)
 
 
   Nella “risposta” a una simile domanda, Morelli si mostra un vero e proprio “mediatore del potere”, in quanto si fa portavoce delle promesse, che furono tante, specie dopo Caporetto, di nuove riforme sociali, tra le quali campeggiava quella della “terra ai contadini”. Infatti, dice Morelli, ci sarà una nuova età dell’oro, perché “l’antica servitù è finita”: gli “ordigni” di guerra saranno tramutati in macchine utili a spianare i monti e a solcare i mari, e tutti saranno affratellati in un’unica grande nazione, “sotto una sol bandiera”. Ma poi, prosegue ancora Morelli, voi vedove e voi madri vi siete mai chieste di chi fu la colpa di “ un sì vasto eccidio”?
 
Ma la gran colpa d’un sì vasto eccidio
Non lo pensasti mai, né lo chiedesti…
E ritorna la risposta di sempre: la colpa fu dell’ “usurpator”, che pretendeva di farla da padrone in casa altrui. Nessuno, nemmeno il più pavido, poteva rimanere “inerte” di fronte a un simile sopruso.
 
Quando v’è chi al debol dettar vuol legge,
Chi altro insensibil può restare inerte?
Nemmen il debole si tien l’oltraggio
Quando del forte quello vien frequente,
E trova dall’offeso onor, coraggio,
Che spesse volte il vincitor si pente.
 
   In conclusione, di fronte alle “ideali ragioni” del conflitto, qualsiasi sacrificio doveva essere accettato, anche se ciò comportava “La terra coperta/ di corpi nel sangue”. Morelli è perfettamente allineato alla severa disciplina di Cadorna, egli anzi è “seguace di Cadorna”. E mentre i canti di guerra dei soldati stigmatizzavano la proterva pretesa del Comandante in capo (“Maledetto sia Cadorna/prepotente…) di prendere Trieste, ad onta di qualsiasi sacrificio di vite, e cantavano ironici:
 
Il general Cadorna ha scritto alla regina:
“Se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina”.
   Bom bom bom
   Al rombo del cannon…;
 
Morelli, in “Italia”, dipingeva epicamente la patria come “terra di forti”, pronti a morire per rompere il “giogo servile”, perché è meglio “la morte/Piuttosto che schiavi”:
 
Dall’urne rideste
La voce gridò:
Prendete Trieste
E il rombo tuonò.
 
 Come pertanto si è cercato di dimostrare, le poesie di guerra, con le quali s’inizia quindi il “canzoniere”, si possono considerare “popolari” essenzialmente per il tema, non per la tonalità, che riflette invece l’ideologia della classe dirigente. Scrive infatti Pasolini che la vera poesia popolare di guerra, “ e quando il tono popolare è accertato, esso sarà sempre caratterizzato da un’aria profondamente triste, funerea. E’ una guerra dominata dalla “bandiera nera” del lutto, della morte inutile”. (18) Nelle poesie di guerra di Morelli scorre invece un’altra linfa, che è quella del Carducci “guerriero” ed esaltatore della “bella morte” in battaglia. Abbiamo già detto le ragioni di tale atteggiamento: uomo “di frontiera”, a mezzo tra popolo e borghesia, Morelli rientra in quella categoria di poeti popolari che vengono “assimilati” al potere. “Poiché, scrive ancora Pasolini, non bisogna dimenticare che le armi di diffusione dell’ideologia della classe al potere… è di [condurre il poeta] a prendere l’abito mentale e ideologico di quella classe: ad assimilarlo”. (19)
 E, a ben guardare, l’ “assimilazione” di Morelli fu molto profonda. Egli, come abbiamo visto, secondo l’etica trasmessagli dalla scuola post-unitaria, denota un “senso del dovere” che a volte rasenta l’irrazionalità, come dimostra il seguente episodio, evocato in “Guardiano dei sacchi sporchi”. Durante la prima guerra mondiale il comandante probabilmente  cercò, anche in forza dell’età di Morelli, che, con i suoi 37-38 anni allo scoppio del conflitto, era infatti “un vecchio” del Settantanove, di salvaguardarlo, relegandolo a qualche incarico di minore importanza, come quello di “guardiano dei sacchi sporchi”. Ebbene, Morelli riuscì a vanificare le buone intenzioni del suo capitano, rischiando la pelle per un sacco di biancheria sporca: “Allor più del coraggio/Forte il dover m’impose/ Con impeto selvaggio/ Gettar nell’impetuose” (corsivo mio). Nonostante l’ironia cosparsa abbondantemente  sull’ “impresa” compiuta, che traspare qua e là, la poesia è comunque sintomatica di un certo modo di guardare alle cose del mondo.
   Quando però, deposta la toga del vate popolare, Morelli ritorna soldato fra i soldati, immerso “nella calda vita di tutti” avrebbe detto Saba, la sua poesia consegue esiti realistici molto convincenti;  l’ anima popolare gli si espande ed egli trova la sua autentica dimensione poetica, fatta di cose semplici e caserecce, come il “minestrone”, o il cappone, cui la moglie tira il collo in suo onore. E’ felice, perché vede “spuntar vicino/il dì del [suo] ritorno”:
 
 
Poi mentre il cor sospira
Pensando al minestrone,
Mia moglie il collo tira
All’ultimo cappone.
 
   E quando, finita la licenza, è tempo di tornare al fronte, nota, seduto al focolare, un’ “ombra cupa” attraversare il volto della moglie. Il Morelli poeta popolare patisce infine la “vera” condizione del soldato in guerra:
 
Ma un’ombra cupa ripassò d’un tratto
Su quella venerata fronte ardita,
E il pianto giunse e ‘l viso fe’ contratto
Poi disse: la licenza ecco è finita.
 
   In “Ripartendo soldato” (1918) Morelli ci dà un qualcosa di più di una semplice pittura di sentimenti forti, che si concretizzano nel dolore violentissimo nel vedere “la moglie afflitta” per la sua partenza, e la figlioletta che lo saluta con la “manina”, mentre il figlio più grandicello lo segue “a lato”. Morelli riflette se tutto ciò sia giusto. Ecco allora comparire  di nuovo l’animo “popolare” di Morelli, la riflessione morale su quanto gli sta accadendo: lui, uomo ormai di una certa età e padre di tre bambini piccoli, deve abbandonare la famiglia a se stessa per il fronte. Un soldato condannato dal tribunale militare scriveva a casa la seguente riflessione: “ … Qui ai [=(h)ai] anche i vecchi del Settantanove (corsivo mio)che hanno cinque o sei figli ma son tutti contadini, tutti per far la guerra…”. (20) Morelli, ragionando, osserva:
 
E nel seguir la traccia
Di praticar giustizia,
Mi trovo faccia a faccia
Con sempre l’ingiustizia.
 
Se il reggitor ragiona:
Quel ch’è sommesso è servo?
 
  Coloro che ci reggono e comandano dovrebbero chiedersi: chi è sottoposto è anche un servo, senza alcun diritto e potere decisionale? Egli, nel corso della vita, pur ispirandosi sempre al criterio di giustizia, come gli era stato a suo tempo insegnato, si è sempre dovuto scontrare con l’ingiustizia, spesso durante la dura vita del fante in trincea e anche dopo, finita la guerra, quando, reduce e fiero del suo passato, si mette in cerca di lavoro.
   La protesta “moral-popolare” di Morelli ha modo di traboccare quasi inconsciamente al fronte, quando egli vede trattar male un commilitone ferito di recente, e pur tuttavia costretto dai superiori a fatiche esorbitanti le sue forze. Pur rendendosi conto, fatalisticamente, che la sua “protesta” non troverà ascolto, il comandante dovrà prendere atto comunque del malumore dei suoi soldati: “Ogni atto a te d’intorno, il ver dimostra”. Sarà un caso, ma probabilmente non lo è perché, come vedremo, Morelli era un buon conoscitore di metri popolari,  ma la vibrata Protesta (1917) di Morelli contro il suo comandante mi sembra prendere, per la struttura strofica di dieci versi endecasillabi, le forme di un metro tra i più “popolari” della nostra tradizione poetica, lo strambotto. Nella tradizione lo strambotto si presenta costituito di otto versi endecasillabi (oppure di ottonari nei testi più antichi), ma abbiamo anche numerosi esempi di strambotti di dieci endecasillabi. Molto simile al sonetto, lo strambotto è usato a segnalare un traboccare di sentimenti forti. Un manualetto  di metrica del 1909, di stampo molto divulgativo, edito dal solito Hoepli, così spiegava la “materia” dello strambotto: “E’ cosa evidente che quando il popolo, tocco da una passione, vuole esprimere l’impressione soggettiva subita… si contenta di affermarla in poco giro di parole, con uno slancio di affetto o con un’imprecazione… o con un cenno di disprezzo, secondo l’impressione che ne ha ricevuto”. (21)
“Protesta” quindi è uno strambotto di dieci versi endecasillabi, sostanzialmente canonico nei primi quattro versi (ABAB), quartina di endecasillabi piani, e negli ultimi due, che devono essere a rima baciata: quello di Morelli finisce con la rima EE. Lo strambotto, comunque, subì nel corso dei secoli e a seconda delle zone geografiche modificazioni costanti, per cui è letteralmente impossibile ricavarne uno schema fisso, e per il suo riconoscimento occorre più che altro basarsi sul soggetto, sul numero dei versi, da otto a dieci, e sulla presenza della rima baciata finale. Lo schema di “Protesta” è  il seguente: ABAB CDCD EE.
   Dopo la guerra Morelli subisce profondi disinganni, che lo fanno gridare all’ingiustizia.  Deve sopportare infatti l’umiliazione di non trovare lavoro perché, prima di lui in graduatoria alle Poste, ci sono “tante fanciulle”. Morelli allora s’arrabbia, e poi sbotta, indignato di fronte a tanta ingiustizia:
 
Che c’entra la fanciulla
Col reduce che torna,
Che forse non son nulla?
Seguace di Cadorna!
   Al reduce soldato
Dal campo dell’onor,
Neppur gli viene dato
Un poco di lavor. (“Dopo il congedo”, 1917, non antologizzata)
 
   Ma poi, bene o male, la Direzione delle Poste ci ripensa, e Morelli inizia la sua carriera di “ricevitor postale”. La guerra è finita, e per gli appartenenti al “ceto di frontiera”, che adesso servono molto meno alla classe dirigente, s’inizia la grama vita del travet , a stipendi da fame. Ed è qui, in questo realismo quasi involontario, che la poesia di Morelli assume accenti popolari toccanti:
 
La mia retribuzione
E’ suffic[i]ente appena
Per fare colazione
E per saltar la cena;
E’ questa la mia storia:
Ricevitor postale,
Lavoro senza gloria
E son trattato male.
 
   Gli anni del fascismo hanno scarsa consistenza numerica nel “canzoniere popolare” di Morelli, ma le tre-quattro liriche presenti possiedono un eccezionale valore emblematico. Il fascismo aveva di fatto rivalutato il ceto medio “di frontiera”, se non a livello economico, almeno sotto il profilo dell’immagine sociale. Molti fra gli ex combattenti, fra cui certamente Morelli, non potevano non risentire a livello individuale dell’aura che il fascismo aveva saputo creare nel tessuto sociale italiano. Basti solo pensare all’attenzione tutta particolare per gli ex combattenti, concretizzatasi nella creazione dell’Associazione Nazionale Combattenti e reduci (1923) e dell’Associazione nazionale famiglie dei caduti e dispersi in guerra (1924). Esaltazione e protezione, quindi, dei combattenti della “Grande Guerra”, nonché riproposizione di  modelli che esaltavano il lavoro, il duro impegno: tutti valori sui quali Morelli si era formato da bambino, e che gli erano stati trasmessi dal padre e dalla scuola. Così il padre è dipinto tutto “Patria e famiglia”, “nemico alle discordie insane” , dei vizi e dell’ozio, “fonte di miserie umane”. “Solo il lavor di cento aspri mestieri/T’era compagno sulla via del mondo”. Una cosa comunque è sicura: il fascismo intorno agli anni ’30 possedeva una macchina del consenso ben lubrificata. Impossibile sottrarsi alla propaganda, specie per il “ceto di frontiera”.
   Vediamo una poesia il cui contenuto rimanda a un evento bellico preparato con estrema cura dalla propaganda, la guerra d’Africa del 1936. Nell’ambito del colonialismo europeo quello italiano ebbe sin dagli inizi  caratteri “atipici”. Le grandi potenze europee ed extraeuropee puntarono su regioni sottosviluppate da sfruttare “attraverso il rastrellamento delle materie prime e la vendita in condizioni di monopolio di prodotti industriali”. Sin dalla guerra di Libia, al contrario, l’atipico colonialismo italiano “ fu indirizzato- osserva ancora Rochat- verso regioni tra le più povere dell’Africa che non potevano fornire materie prime di qualche valore che in misura appena rilevante”. (22)  Al di là però della questione delle “materie prime” o dell’individuazione della mera “politica di potenza” per difendere “l’immagine interna e internazionale dell’Italia come potenza di primo rango”, che furono poi i cavalli di battaglia del socialismo anticolonialista di Andrea Costa, che lanciò il famoso slogan “né un uomo, né un soldo” per la guerra africana dopo Dogali (1887), nemmeno i socialisti avevano le idee chiare su chi spingesse effettivamente per un nostro forte impegno colonialista. Il fatto è, rileva C. Dota, che per i socialisti di allora la borghesia industriale è “indifferenziata”.  Non riescono quindi a “vedere” quali settori dell’industria erano responsabili di tanto “impegno colonialista” da parte dello Stato. Ma ora è ormai noto, prosegue Dota, “che il blocco di interessi siderurgico-armatoriale-cantieristico preme in senso protezionista. Espansionista ed interventista. Le industrie cosiddette pesanti si sviluppano grazie all’intervento dello Stato, alle sue leggi protezionistiche, alle sue commesse. Le spese militari straordinarie diventano lo strumento con il quale lo Stato promuove la formazione e la crescita dell’industria pesante, e rivitalizza una marina prostrata dalla concorrenza internazionale. Questi settori industriali sono interessati all’intervento statale, ad una politica di armamenti e di espansione coloniale”, (23) in perfetta sintonia con la politica di Depretis e Crispi, che si mostrano sensibili anche, e soprattutto, ai mugugni che venivano dalle alte sfere militari sia dell’esercito sia della marina, come dimostra la recente “riscoperta” di un lunghissimo discorso parlamentare dell’allora colonnello d’artiglieria Luigi Pelloux, il quale accusava il governo Sella, di  eccessive “economie sulle spese militari”, pretendendo, per “eccessiva tenerezza verso le finanze”, di mantenere in piedi gli “eserciti senza spesa”. (24)
Nell’imminenza dell’attacco all’Etiopia,  per venire al periodo che ci interessa, che comportò la formazione dell’impero nel 1936, il terreno fu preparato con estrema cura, si diceva, a tutti i livelli. A livello “alto” L’Istituto Nazionale Fascista di  Cultura promosse conferenze e lezioni su tutto il territorio nazionale, soprattutto rivolte a studenti su temi come: “Trilogie imperiali (Vespasiano, Traiano, Diocleziano)”; “Navigatori ed esploratori italiani nel mondo”. Le pubblicazioni degli storici più qualificati si moltiplicarono. B, Pace pubblicava la Storia della politica coloniale italiana, R. Sertoli Salis, Etiopia. Aspetti economici. (25) L’avventura etiopica,  pur tra vari altri e complessi motivi, presenta sullo sfondo protagonisti già visti al tempo della guerra libica, certo non “promotori”, ma in qualche modo “assecondatori” del fenomeno, quegli “apparati industriali pre-bellici (in particolare il settore navale, chimico, siderurgico, ecc.) [che] avevano intravisto nel dinamismo della politica estera fascista sul versante del Mediterraneo e dell’Africa la possibilità di prolungare il boom dell’industria pesante degli anni della guerra, ritardando il più possibile il processo di riconversione. Da questi ultimi, com’è ovvio, veniva un sostegno incondizionato e convinto a tutte le imprese di dominio”. (26) Se le interpretazioni testé esposte sono, non dico la “realtà”, ma almeno un lodevole tentativo di approssimazione ad essa,  ben diverse, fantastiche e fantasiose “ragioni” erano per converso ammannite alla pubblica opinione.    A livelli medi, sulla stampa nazionale  si aprì la stura a tutta una propaganda mistificante, in cui la conquista dell’Africa venne presentata, dal fascismo, secondo una formula già collaudata da Crispi e Giolitti, si noti, “come rivendicazione dell’eredità imperiale romana”. Si tratta di una tesi, avverte Rochat, demagogica fin che si vuole, ma più diffusa un tempo di quanto si possa credere.
 Ora, una propaganda del genere trovava  terreno fertile fra il popolo “leggente”. L’impegno italiano in Africa del 1936 viene magnificato da Morelli in base agli stereotipi trasmessi dalla propaganda. La poesia, del 1936, è sin dal titolo emblematica:
 
“Orme di Roma in Africa”
 
  Sepolte da secoli
Viventi nella storia,
Di Roma in Africa
Son l’orme di gloria.
   Tra le sabbie mobili
Avvolti nel mistero
Affiorano i ruderi
Avanzi dell’impero.
    Son là che dormono
Al vento ed al sole,
Ma al mondo parlano
Con mute parole;
    Nel sonno letargico
Sognan antichi allori
Quando un tempo vissero
I grandi imperatori.
     Quand’ecco si destano
Dal sonno profondo,
Gettando un fremito
Intorno pel mondo;
   Son l’orme che sorgono
Perché Iddio lo vuole,
Nel cuore dell’Africa
Alla luce del sole,
   Sfidando i secoli
Come una forza indoma,
Che impone ai popoli
La civiltà di Roma. (“Orme di Roma in Africa”, 1936. Non antologizzata)
    
   Il patriottismo e parallelamente il “reducismo” costituiscono pertanto il filo conduttore della poesia di Morelli anche durante il fascismo. Così, ad esempio, allorché nel 1931 fu insediato a Berra il primo podestà, egli scrisse un sonetto in onore di Luciano Sgobbi, ma il suo plauso era dovuto soprattutto al fatto che la scelta era stata secondo lui quanto mai azzeccata, poiché era caduta su un reduce della grande guerra, che viene esaltato in quanto “Podestà soldato”. Si fa notare di scorcio che a partire dal 1926 i vertici del fascismo perseguirono scientemente la politica di nominare podestà soprattutto dei militari, anche per superare, come allora si diceva, il “beghismo locale”, in quanto la carica di podestà era molto ambita, cosa che  apriva spesso la stura a vere e proprie campagne elettorali senza esclusione di colpi. Poiché i prefetti denunciavano spesso la “mancanza di persone adatte”, si puntò sui militari, specie se ufficiali in pensione, che, proprio “per le loro caratteristiche di militari”, caratterizzate da una certa “fermezza”, davano maggiori garanzie per “un’amministrazione disinteressata, austera e ricca di prestigio degli affari del comune”. (27) Insomma, il patriottismo di Morelli, formatosi alla fine dell’Ottocento e rinsaldatosi prima e durante la guerra è qualcosa di inossidabile, profondamente sentito, un presupposto culturale  che resiste in tutte le stagioni, e che egli semina a piene mani nel suo canzoniere.
 
Tutta intessuta di riferimenti patriottici è, ovviamente, “Patria”.
 
Patria! Che hai il sen costrutto
Di tanta gloria antica,
Degl’avi nostri è frutto
D’un’immortal fatica,
E’ vanto di tue genti
Un radicato ardir.
Patria! Il tuo nome è grande
Per tutto il mondo intero,
La gloria che si spande
Ovunque in suol straniero,
Più largo spazio gira
Quella divien maggior.
 
E se un vicin geloso
Al tuo bel sen fa danno
Dall’Alpe al mar ascoso
Col suo più vile inganno,
Difender noi sapremo
La terra dell’Amor. (“Patria”, 1918. Non antologizzata)
 
Allorché egli loda l’opera di Don Minguzzi, che attraverso un interesse costante era riuscito a rinnovare il “tempio” “nell’anno sesto del poter fascista” (1928), ciò che egli evidenzia in modo particolare è la posa della lapide a ricordo dei caduti della grande guerra, per mostrare
 
al cittadin Cristiano od empio
A pro de’ morti eroi la fronte in vista;
Per quei che morti son per dar l’esempio:
Per la Patria morir onor s’acquista. (corsivo mio)
 
   Cenni ulteriori che evidenziano una sostanziale adesione ai valori propugnati dal fascismo, specie in materia di agricoltura, si hanno in una lirica non datata, ma che, da alcuni  riscontri interni, in cui si fa cenno “alle vicende belliche/ di Spagna e del Giappone”, quasi sicuramente è stata scritta tra il 1936 e il 1937, in quanto si fa riferimento alla guerra di Spagna (1936) e probabilmente al fatto che l’Italia aderì al patto anti - Comintern, insieme con Germania e Giappone nel 1937.  Prendendo spunto dalla“lotta autarchica”, che prese il via attorno al 1934, Morelli si congratula con una coppia contadina di sposi, che avevano lavorato all’estero e, dopo essere stati  ricevuti a Roma,  erano tornati a casa “carchi di gloria, e prosperi/ Col portafoglio pieno”. Poi prosegue:
 
Alzate signori un brindisi
A questi agricoli pionieri
Che nella lotta autarchica
D’Italia son guerrieri
Che san mostrare all’estero
I frutti di saggi agricoltor. (“In onore degli sposi che tornano da Roma coi rurali”, (s.d., ma 1936-’37. Non antologizzata)
 
   Un’altra lirica, sempre del ’36,  dipinge in modo idillico una società agraria laboriosa e felice, con un contadino che canta allegramente “Faccetta nera”, mentre tutt’intorno le donne chiacchierano e si spandono nell’aria gli aromi della cucina. Ancora una volta, quella di Morelli è un’adesione spontanea all’etica del lavoro propugnata dal fascismo sin dai primi anni Venti. “ In un discorso agli operai di Dalmine del 20 marzo 1919 Benito Mussolini – scrive Asor Rosa – innalzava l’elogio del concetto etico di lavoro, collegandone la consacrazione al ruolo svolto da operai e contadini nel corso della guerra patriottica: E’ il lavoro che parla in voi… E’ il lavoro, che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande, entro e oltre i confini…”. (28) Concetti che sono tutti propri anche di Morelli.     Simpatie per uomini legati al fascismo s’intravedono nella poesia in cui Morelli parla di una corsa in automobile con il Dottor Carinci, che si era recato a un “raduno” del partito a tenervi un discorso, insieme con altre persone: “Odo la voce limpida e possente/Di Carinci, alle masse del partito/Infondere la fede ch’egli sente”. (“Ritornando dai raduni in macchina”, 1937, non antologizzata)
   Certo è che, con simili idee in testa, la vita di Morelli non dev’essere stata tutta in discesa durante il fascismo, specie nei rapporti con il “popolo” in senso stretto. Non si deve dimenticare infatti che, nonostante il fascismo avesse ottenuto una vittoria rapidissima nel ferrarese, l’ “animus” popolare contadino, non scolarizzato e pertanto per nulla assimilato ai codici borghesi come quello di Morelli, affondava le proprie radici nella  cultura socialista e anarchica, che aveva dato ottima ed efficace prova di sé sin dagli inizi del Novecento: basti pensare che la provincia di Ferrara, durante gli scioperi del 1901, fu la prima in Italia per aderenti (72.000). (29) Sta di fatto che l’ironia popolare aveva modo di dispiegarsi a piene mani nei confronti delle ideologie che promanavano dal potere. Così, ad esempio, i ragazzini riottosi e poco disponibili alla disciplina, venivano chiamati scherzevolmente Menelik , (30) a ricordo appunto dell’impresa africana del nostro colonialismo. Per quanto riguarda la prima guerra mondiale, in riferimento ai continui e sanguinosi tentativi di Cadorna di prendere Trieste, circolava tra il popolo la canzonetta già menzionata (“Il general Cadorna/ha scritto alla regina/ se vuol veder Trieste: la guardi in cartolina”). Allo stesso modo le “canzoni patriottiche” erano definite, nel ferrarese, “la [solita] boèm”. Poiché fra i piccoli e medi gerarchi e anche tra il personale impiegatizio di ruolo si era soliti portare sul berretto un fregio rappresentante l’aquila romana “appollaiata” sul fascio littorio, essi erano fatti segno dal popolo di epiteti vari: “quelli da la galinèla in spìngull”, ovvero “quelli dalla gallinella sull’altalena, sul dondolo”; i capi erano detti “quelli da la galinaza o galinazz”; o, con tono ancora più ironico, sgrasa galinn (sgrassa galline), perché, mentre la gente comune faceva la fame, loro, nella “Casa magna” (sede del fascio) se la spassavano facendo sganzèga (baldoria). Di colui che sosteneva la guerra d’Africa del fascismo si diceva: l’è ‘n legionari oppure ‘n Kolòno, o anche Facéta nera, perché pretendeva “di scaldare gli animi di romano entusiasmo”. (31) Se tanto mi dà tanto, è difficile che Morelli abbia potuto sottrarsi a questi epiteti, anche vi sono attestazioni di generale simpatia intorno alla sua persona, di cui si sapeva l’umiltà e, forse, anche la sostanziale ingenuità: Morelli era un “vincénz” (ingenuo), cosa di cui per altro egli stesso era consapevole: “Altro io non son che un sognator soltanto” (Corsivo mio).
   Qualcosa comunque deve essersi incrinato nelle convinzioni di Morelli con lo scoppio della seconda guerra mondiale. L’intervento in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale non trova in lui accenti di consenso, e anzi la guerra non pare più avere ai suoi occhi nessun tipo di giustificazione: essa è vista solo come un errore gravissimo, portatore di lutti, e quindi osserva, con rassegnata protesta senile, da “vero uomo del popolo”, che guarda fuori di sé con l’animo sgombro da infingimenti illusori e mistificatori :
 
La guerra continua
Ma chi l’ha voluta?
Ma chi l’ha sentita?
La guerra è dannosa
Distrugge il diritto,
diritto alla vita
La guerra: tremenda
Parola di morte,
sia storia o leggenda
a tutte le porte
s’addentra e colpisce
nel vivo del cuore… 
 
   Ma se tenace è il patriottismo, non meno forte e radicato è il sentimento religioso di Morelli, che, non solo per l’educazione scolastica, ma per la sua estrazione popolare (egli stesso si definisce “amante contadino”, e “figlio del popolo”),  appare emblematico di un ceto sociale ove la religione è straordinariamente radicata e attiva. Non è qui il caso di affrontare un tema, quello della religiosità delle classi popolari, così vasto e complesso,  ma è un dato di fatto che la civiltà contadina espresse nei secoli, a qualsiasi latitudine, una fede religiosa a tutta prova. Anche se nel ferrarese il movimento socialista fu diffusissimo tra il ceto rurale e il sentimento anticlericale estremamente radicato nel popolo ( l’epiteto fàza da prett la dice lunga), (32) esso trovò un avversario di tutto rispetto nelle Unioni Professionali cattoliche, che si posero in “insidiosa concorrenza” con le Camere del lavoro socialiste. La classe rurale di Ferrara e della Provincia, tra cui la più disagiata e “ai limiti delle denutrizione” faceva capo ad alcuni paesi come Berra e Serravalle, si trovò pertanto spaccata in due tra aderenti al partito socialista da un lato e leghe cattoliche dall’altro. (33) Non appena Morelli ottiene una licenza, nel luglio del 1918 , il primo edificio che incontra, benaugurante, è la chiesa del suo amato paese:
 
Alfine già stanco
Del lungo cammino
Un tempio di fianco
Si vede vicino;
   Conosce la chiesa
Del proprio paese,
E su per l’ascesa
Il passo riprese…
 
   L’ammirazione per don Minguzzi, di cui riconosce “il merto e talento”, è profonda e sincera; così come la simpatia per don Ludovico, per il quale scrive uno “stornello” per la prima messa. La lirica, letta fra “sacerdoti e gran dottori”, i quali “sanno tutti quel che sanno” (ironia?), “ed han franca la parola”, gli mettono soggezione, tanto che “almeno per un anno” vorrebbe “da uno d’essi andare a scuola”. Con tono scherzevole e sorridente Morelli si confessa, e fa capire di soffrire un senso d’inferiorità in mezzo a tanti “gran dottori”, lui, “figlio del popolo”. E’ il suo destino: uomo e poeta “di frontiera” sa di appartenere solo tangenzialmente a quella classe dirigente che, egli lo sente, lo accetta ai conviti solo in virtù delle sue ben note capacità poetiche, ma che, in fondo, lo tratta dall’alto in basso. Come quando, a Marrara, nel 1934,  “alcuni giovani d’alto rango”  lo “ chiamarono in loro compagnia per andare a trovare Ralfo, un giovanotto pure lui.” Morelli ricorda amareggiato l’episodio in cui la madre di Ralfo offrì un fiore a tutti, tranne che a lui, perché, spiega, “ ero un figlio del popolo, cioè di povera gente”.
 
 

Commenti

Scopriamo Anselmo Morelli, grazie a Enzo Sardellaro (I di II)

"?poesie popolari?, che era come dire, per un borghese colto del tempo, e per di più letterato, ?cose da nulla?."

> Beh. Tendenzialmente, professor, non è forse così?

Scrivi: "Una poesia che potrebbe avere le carte in regola, pur riferendosi a eventi precedenti la ?Grande Guerra?, per essere accostata al canto popolare vero e proprio potrebbe essere, per esempio, quella di Ulisse Barbieri (Mantova, 1842 - S. Benedetto Po, 1899), il quale così criticava l?intenzione del governo di inviare ancora soldati in Abissinia dopo la sconfitta di Dogali (1877): ?No, non è patriottismo, no, per Dio!!!/Al massacro mandar nuovi soldati,/Nel tener là ? quei che si son mandati/Perché dei vostri error paghino il fio!/Ma non capite? o branco di cretini?/Che i patriotti? sono gli Abissini??. "

> Professor, ti domando: chi era Ulisse Barbieri?
Perdona l'impreparazione, ma è la prima volta in assoluto che ne sento parlare.

"Arnaldo Fusinato (1817-1889) (?Il morbo infuria, il pan ci manca,/Sul ponte sventola/Bandiera bianca?)"

> Altra scoperta. Franco Battiato omaggiava Fusinato. Scopro qui e ora. Grazie Enzo.

Scrivi: "Si diffuse in Italia, attraverso un?editoria popolare in fortissimo incremento, il cosiddetto ?smilismo?, da Samuel Smiles, fautore dell?etica del ?self-help?, in cui ?si enunciava le tavole di valori a cui era indotto a uniformarsi nella sua quotidianità l?italiano medio?, nel tentativo ?di propagare una ?forma mentis? adatta all?industrialismo, fondata sull?etica del lavoro, del sacrificio, del risparmio, della perseveranza e della previdenza?.

Integro un link per aiutare tutti ad approfondire:
SAMUEL SMILES: http://it.wikipedia.org/wiki/Samuel_Smiles
http://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Smiles ENG con BIBLIOG COMPLETA

Scrivi: "Michele Lessona propagandò tali idee nei manualetti popolari Hoepli, traducendo efficacemente l? ?help-self? inglese con un ?Volere è potere?, pubblicato a Firenze nel 1869. Il libro avanzava per proverbi: ? Chi tempo ha e tempo spetta, tempo perde?, ?Chi non s?avventura, non ha ventura?, e via di questo passo""

> Da Self Help a "Volere è potere" c'è un certo strapiombo. Sarà che sono condizionato dai manuali odierni di self-help che vedo circolare tra case editrici e librerie...
Ci hai regalato un altro bel pezzo di storia. Danke:)

Il mestiere di ricevitor postale, "a contatto soprattutto col popolo, al servizio del quale egli spendeva quasi tutte le sue energie, in una stanzetta d?ufficio angusta e fredda, tanto che la nebbia vi penetrava all?interno, gelando d?inverno ?ufficio e ufficiale?

> è sinceramente un osso di seppia. Altra "prima volta" della mia vita: mai saputo esistesse - fosse esistita - una mansione del genere. Almeno: non con quella nomenclatura:).

Povera Austria.

Scrivi, e ci insegni: "Si puntò allora sul concetto di ?libertà dei popoli? dal dominio della ?piovra? austro-ungarica. E infatti su vari giornali dell?epoca l?impero austriaco, che diventa ?l?impero della preda ossia la Piovra d?Absburgo?, è rappresentato appunto ?graficamente? come una possente piovra che stritola nelle sue spire la Boemia, ?regno indipendente violentemente assoggettato dall?Austria nel 1627?; la Galizia, ?strappata alla Polonia nello smembramento del 1772?; il Trentino, ?strappato al Regno italiano nel 1815, per garantirsi la strada verso la valle del Po?; l?Istria, ? terre della Repubblica Veneta fino al 1797 sacrificate all?Austria?. E così la ?piovra? va a stritolare Croazia e Slavonia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia ed Ungheria".

> Curioso che quelle terre Venete oggi siano rivendicate da ex comunardi e compagnia come storicamente "slovene" o "croate". Tutta l'Istria costiera, Fiume e diverse città dalmate erano storicamente nostre. La piovra titina ha rubato quel che ci apparteneva, e l'Austria di certo MAI aveva intaccato.
La "Galizia" oggi, per tutti, è solo una regione spagnola. Divertente, diciamo così.

"Così il padre è dipinto tutto ?Patria e famiglia?, ?nemico alle discordie insane? , dei vizi e dell?ozio, ?fonte di miserie umane?. ?Solo il lavor di cento aspri mestieri/T?era compagno sulla via del mondo?. Una cosa comunque è sicura: il fascismo intorno agli anni ?30 possedeva una macchina del consenso ben lubrificata. Impossibile sottrarsi alla propaganda, specie per il ?ceto di frontiera?."

> Logica e condivisibile osservazione. Hai scritto la verità.

"Alla luce del sole,
Sfidando i secoli
Come una forza indoma,
Che impone ai popoli
La civiltà di Roma. (?Orme di Roma in Africa?, 1936. "

> Questi sono bellissimi versi, devo dire.

Rispondo: almeno ci provo perché le domande sono parecchie. Poesia popolare come "cosa da nulla". In effetti era proprio così. Però le cose cambiarono allorché si misero al lavoro i grandi Maestri dell'Ottocento, dal D'Ancona al Pitré all'Amari, studioso di tradizioni popolari sicule. Insomma, grazie al loro lavoro, che fu supportato magnificamente dal "Giornale Storico della Letteratura Italiana" che pubblicava il lavoro "in fieri" dei sullodati Maestri, a poco a poco la "cultura popolare" venne rivisitata con altri occhi, rivalutata, ripensata. I proverbi, ritenuti quali esempi della "sapienza popolare in pillole".

Buonasera dott. Franchi, piaciuta la noterella sulla lingua?

11, intanto vado ad adattarla al format:). Leggo gli altri pezzi e poi arrivo...

Quanto a Ulisse Barbieri fu uno dei molti che si sentirono profondamente coinvolti nel movimento risorgimentale, Barbieri fu un patriota "doc", e mazziniano, come lo erano un po' tutti i nostri intellettuali un po' provinciali dell'800. Mazzini faceva breccia nella piccola borghesia. Qui ad Adria, per esempio, ché in quegli anni si era in quattro gatti sempre sotto il Po e i canali, contavamo, pensa un po', ben 50 mazziniani, perseguitati a più non posso dalla polizia austriaca. Per Tornare a Ulisse Barbieri: vorrei spiegare un piccolo aneddoto storico che forse può far luce sulla repulsione di tanti nostri "reduci" del "Risorgimento tradito" nei confronti di quella che è stata dalla storiografia definita l' "Avventura Africana". Nel 1882, l'allora ministro Mancini, in un'aula gremita disse, più o meno, cito a mermoria: "Signori, mai e poi mai l'Italia s'imbarcherà nella conquista di altri popoli e Nazioni che hanno diritto all'Indipendenza, qyella stessa indipendenza che abbiano appena raggiunto noi Italiani". Dopo, come tu sai, sarebbe iniziata la storia del nostro colonialismo. Con la faccenda si Adua, di Dogali e di altre pesanti sconfitte. Per molti dei nostri bravi patrioti fu una delusione cocente: un tradimento di ideali. Di qui l'afflato polemico del nostro ottimo Barbieri. E ti assicuro era in buona compagnia.

Scrivi: "l? ?animus? popolare contadino, non scolarizzato e pertanto per nulla assimilato ai codici borghesi come quello di Morelli, affondava le proprie radici nella cultura socialista e anarchica, che aveva dato ottima ed efficace prova di sé sin dagli inizi del Novecento"

> Beh, ma il fascismo stesso affondava le radici nella cultura socialista e nell'anarchia: nel sindacalismo anarchico, in particolare.

13. "?Signori, mai e poi mai l?Italia s?imbarcherà nella conquista di altri popoli e Nazioni che hanno diritto all?Indipendenza, qyella stessa indipendenza che abbiano appena raggiunto noi Italiani?. Dopo, come tu sai, sarebbe iniziata la storia del nostro colonialismo. Con la faccenda si Adua, di Dogali e di altre pesanti sconfitte. Per molti dei nostri bravi patrioti fu una delusione cocente: un tradimento di ideali. Di qui l?afflato polemico del nostro ottimo Barbieri. E ti assicuro era in buona compagnia. "

> Esistono antologie di questi patrioti? Raccolte dei loro scritti, diari, qualcosa del genere?

Tra Otto e Novecento l'impiegato alle poste, era chiamato, poeticamente, "ricevitor postale", titolo di cui si fregiò in modo onorevole il nostro poeta campagnolo Morelli.

16. Bisognerebbe scriverci su una commedia.

Rispondo alla domanda sulle antologie. Allora, la più vasta, e anche quella più a buon mercato è quella pubblicata dalla vecchia BUR (Biblioteca Universale Rizzoli). Era in quattro volumetti, costava una cicca e io me la sono comprata. Io però ho la vecchia edizione, quella con la copertina in colore gigio. Costo complessivo di allora: £ 800. Credo che la BUR abbia ristampato i volumi di cui ti do il titolo: "POETI MINORI DELL'OTTOCENTO". Poi se ne vuoi un'altra interessante, pubblicata mi pare da Garzanti, è la seguente: POETI DELLA RIVOLTA Da CARDUCCI...". Buona, perché ci trovi tutti i nostri "ribelli" dell'800.

Punterò come cane da caccia, a partire dai cataloghi del mio amico libraio di Tilopa.
Grazie Enzo.

Va bene. sono d'accordo, però faccio notare che stiamo parlando dell'Italia prefascista. Morelli era un "ragazzo" del '79 e quindi ha vissuto un po' tutti i problemi dell'assestamento dello Stato Unitario, dell'educazione scolastica che doveva confrontarsi e misurarsi con l'antico sostrato della "cultura contadina" di fondo di Morelli. Per quanto riguarda il fascismo, cioè Mussolini, le esperienze giovanili di Benito, la sua cultura familiare era profondamente radicata nell'anarchismo di fine Ottocento (Malatesta) e nel socialiasmo rivoluzionario. Allora, il padre di Benito volle così chiamarlo in onore del rivoluzionario messicano. Suo fratello Arnaldo ricalcava nel nome l'eretico arnaldo da Brescia. Mi stai facendo sudare stasera. OK. Sul movimento rivoluzionario italiano di fine Ottocento e il suo fascino sulle masse, Ottimo il libro (serie veramente straordinaria di saggi) del Della Peruta, raccolti presso feltrinelli.

20 - vedo tuttavia che l'osservazione aveva senso;).
Grazie per i chiarimenti, professor.

Sul Della Peruta: è uno di questi tre?

F Della Peruta, Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento, Milano, Franco Angeli, 1989.
F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Roma, Editori Riuniti, 1974.
F. Della Peruta, Realtà e mito nell'Italia dell'Ottocento, Milano, Franco Angeli, 1995;

F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Roma, Editori Riuniti. Questo è molto bello, con degli approfondimenti straordinari su cafiero, Malastesta: le lettere che si scambiavano. Si legge come un romanzo: è un libro di un gtrande studioso.
Della Peruta, Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento, Milano, Franco Angeli, 1989.Ottimo anche questo, con saggi ficcanti prima dispersi in riviste varie, come "Studi Storici". Notevole.

grazie caro;). Annoto e salvo subito.

"Curioso che quelle terre Venete oggi siano rivendicate da ex comunardi e compagnia come storicamente ?slovene? o ?croate?. Tutta l?Istria costiera, Fiume e diverse città dalmate erano storicamente nostre. La piovra titina ha rubato quel che ci apparteneva, e l?Austria di certo MAI aveva intaccato.
La ?Galizia? oggi, per tutti, è solo una regione spagnola. Divertente, diciamo così." Rispondo: hai ragione vecchio mio. E chi potrebbe darti torto? Le sofferenze patite dagli italiani in quelle terre martoriate non possono e non devono essere né ignorate né sottaciute. E' dovere morale renderle note: e io lo faccio,nelle mie Quinte, ne parliamo e faccio vedere anche il bel documentario che m'è arrivato a cura della regione veneto. E tutti i ragazzi ne sono colpiti. Però, se mi permetti, la "congiura del silenzio" è stata esagerata un po'. nella nia lunga vita nella scuola, ti assicuro che ne ho maneggiati di manuali. ma ti faccio un esempio che ha un po' il sapore dell'incredibile e che la dice lunga sulla onestà intellettuale che dev'essere il faro che ne guida la vita. Negli anni '90,e forse anche un po' prima, mi è capitato tra le mani un manuale che grondava marxismo a ogni riga. Ti dico anche gli autori, mi pare Bruni Bontempelli, e poi un altro. Beh, nel terzo poderoso volume, un'intera locandina era dedicata aòlle foibe istriane, con tanto di bibliografia. Qualcuno è ancora onesto in 'sto mondaccio!

Ottimo Enzo, è una gran notizia che le tue Quinte vedano il documentario che mi dici. Posso permettermi un'integrazione?
 E' un gran film che in Italia nessuno vuole ricordare. E dire che è uscito solo qualche anno fa. Si riferisce ai tristi e così simbolici fatti di Porzus: http://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Porzus
A proposito del film... http://cinema.ilsole24ore.com/film/porzus/

Fonte: WIKIPEDIA: "Il film i cui diritti sono stati acquistati nel 1997 dalla RAI non è mai stato però mandato in onda sulle TV pubbliche, il regista Martinelli ha quindi accusato la rai di voler effettuare una censura di carattere politico nei confronti del suo film". "Nel febbraio del 1945 un intero reparto della Brigata Osoppo, capeggiato da Francesco De Gregori detto "Bolla" (zio dell'omonimo cantautore) venne massacrato da un centinaio di "gappisti" comunisti comandati da Mario Toffanin. Nell'eccidio persero la vita 22 partigiani, tra cui Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo."

http://cinema.ilsole24ore.com/film/porzus/

24. "Negli anni ?90,e forse anche un po? prima, mi è capitato tra le mani un manuale che grondava marxismo a ogni riga. Ti dico anche gli autori, mi pare Bruni Bontempelli, e poi un altro. Beh, nel terzo poderoso volume, un?intera locandina era dedicata aòlle foibe istriane, con tanto di bibliografia."

> Fossero le foibe, il problema... il problema sono i 300mila esuli, le terre per sempre perdute, l'impossibilità di ricomprare case nella c.d. "Croazia", comprensiva delle nostre Istria costiera, Fiume, Zara e via dicendo, sino a due anni fa. Per dire. Il problema sono gli esuli mai integrati in IT o all'estero, i tanti suicidi, la povertà... la memoria che mancava ovunque. Gli italiani che ti dicono "vado a Zadar" e se li guardi male non capiscono, oppure quelli che dicono "estate in Croazia" non in Istria, e ti riprendono se chiami le città dei nonni col nome italiano. Eh...

Digliele queste cose ai tuoi ragazzi. Che l'accaduto è senza precedenti. Hanno cancellato e riscritto a piacere la storia, spopolando Pola, 98 percento di italiani, senza pietà, dopo aver messo le bombe in spiaggia. Comunisti: slavi. E italiani. Già.

Stasera mi fai lavorare di brutto. "...esuli, le terre per sempre perdute, l?impossibilità di ricomprare case nella c.d. ?Croazia?, comprensiva delle nostre Istria costiera, Fiume, Zara e via dicendo, sino a due anni fa. Per dire.". insomma, questa è una storia maledettamente intrigante che non passa. Qui c'è una scia di odii implacabili che solo una distanza siderale da essi potrà placare. Sono uno che crede nella "lunga" prospettiva della Storia allorché si vogliano esprimere giudizi equanimi. Nella storia "degli altri", vista "dagli altri" la storiografia ha pur lavorato, con risultati ancora provvisori, ma ha lavorato. Partiamo dagli odii accecanti che dividono popoli e razze pur così vicini. In epoca fascista, lo si voglia o no, vi fu una sorta di "compressione" delle etnie diverse da quella italiana. sappiamo che vi furono, anche a livello linguistico, dei tentativi di ghettizzare la lingua "degli altri".Insomma, dobbiamo però cercare di uscire dal tunnel e cominciare a pensare in grande. Dobbiamo sforzarci di superare questi momenti e darci da fare per costruire qualcosa che duri nel tempo a livello di convivenza. Per la miseria, non so più cosa dire. Mi verrebbe di fare un discorso storiografico che esula le possibilità del luogo fisico in cui ci troviamo. Occorre molta riflessione e provare a sbagliare poco, studiando a fondo le cose, perché tu mi metti di fronte a una materia eccessivamente incandescente, che non si può trattare a cuor leggero. Ci vuole molto pensiero prima di dire...

Tu saprai trovare le parole giuste. Per tutti. C'è tempo...
;).