Hotel Colonial risulta essere un pasticcio internazionale che affastella nelle sue due ore troppe storie diverse.
La storia principale si presenta ambigua e molto intricata: Marco (John Savage) deve partire per la Colombia per adempiere ad un drammatico compito, quello di riconoscere il cadavere di suo fratello Luca morto suicida e riportarlo in Italia. Ma una volta arrivato sul posto va a riconoscere suo fratello conservato in una cassa di ghiaccio all’interno di una pescheria, considerato il luogo più fresco della città. Marco riconoscerà il fratello da un anello che portava al dito della mano, mentre il viso è irriconoscibile a causa dell’esplosione della pallottola. Non convinto della sua morte, Marco si reca all’albergo dove si sarebbe suicidato il fratello e scopre che nel muro il foro della pallottola si trova in una posizione strana, rispetto a quella in cui si sarebbe trovata nel caso suo fratello si fosse sparato da una certa angolazione; così torna alla pescheria e prende le impronte del cadavere e grazie all’aiuto di una ragazza dell’ambasciata italiana, scopre che quel cadavere non è suo fratello Luca. Marco si mette così alla ricerca del fratello pensando che si nasconda da qualche parte, e dopo varie ricerche e informazioni reperite giungerà all’Hotel Colonial gestito da un certo signor Carrasco (Robert Duvall), un trafficante, un uomo eccentrico e misterioso, folle, cinico e ripugnante. Marco scoprirà che è proprio lui suo fratello e capirà che forse sarebbe stato meglio non averlo mai trovato. Decide di partire, di tornare in Italia, ma prima di farlo ritorna all’ hotel per uccidere il fratello a colpi di pistola.
Il tema del film è scottante: è quello della Colombia immersa in rapporti di traffico d’armi e droga con altri Paesi, tra cui l’Europa. Il film non è collocabile tra gli altri film interpretati da Massimo Troisi, soprattutto per questo senso di instabilità funambolica, di film vagante entro spazi territoriali non delimitati da confini geografici (Colombia, ma anche Brasile e Sudamerica), da casting (attori americani ed italiani) e da personaggi.
Berardi produttore del film propone Massimo Troisi per una parte secondaria, anche se il suo nome è stato uno dei primi a cui la Torrini aveva pensato per il personaggio italiano. Il personaggio di Werner esisteva già nella sceneggiatura, ma di lui nel film non resta che il nome, così Troisi si impossessa della parte e se la riscrive addosso, modificandola completamente: si è scritto e tradotto il suo dialogo, e ci si sente dentro proprio a suo agio. Egli interpreta la parte di un giovane barcaiolo di nome Werner, appunto, (un nome piuttosto paradossale ed è particolare come scelta, visto che si tratta di un nome tedesco per un napoletano d.o.c.), un uomo triste, un po’ scontroso, ma in fondo buono ed autentico, che mantiene segreti come tutti d’altronde, e che vive, anzi sopravvive, in solitudine, nella speranza di poter ritornare nella sua tanto agognata Napoli. Il mare, il sole ed il caldo del Sudamerica non sono quelli familiari di Napoli e Werner questo lo sa, ed anche per questo risulta essere intrattabile e scontroso.
Troisi “già nelle prime battute con Marco è pronto a demistificare il luogo comune dei due italiani che si incontrano all’estero e si commuovono sulla patria comune … Sottolinea con ampi gesti delle braccia le sue parole e traccia un invisibile linea tra i due punti del nord e del sud, ben fissi, lontani tra di loro.Se ci tiene a togliere di mezzo il piagnisteo sull’Italia che li accomuna , sottolinea con altrettanta chiarezza la napoletanità che lo diversifica, che lo fa contrattare con furbizia levantina sul prezzo del trasporto”[*1]. Werner è un personaggio a se stante, ma allo stesso tempo completa la ‘partitura’ del film, e il cui riferimento al carattere dei napoletani non è assolutamente casuale e che si inserisce in contrasto ed a completamento di un qualcosa di diverso da lui. Il ruolo di Troisi in questo film è abbastanza ritagliato e non particolarmente memorabile, ma è un elemento di contrasto che enfatizza certi punti di forza del testo filmico. Nella costruzione del suo personaggio Troisi non manca di attribuirgli la sua passione per il calcio, anzi ne fa lo stimolo che dà un motivo per continuare a vivere a questo Werner esule e solitario. Egli è un mister e proprietario di una squadra di ragazzi che perde sempre, costantemente sopraffatti dalla disponibilità economica e dall’abilità della squadra avversaria. In gioco con se stesso “Werner fa della vittoria della sua squadra una specie di tabù, come un giocatore d’azzardo che aspira solo a perdere. Nella reiterazione della sconfitta e nella scommessa sempre aperta con il suo avversario trova la ragione del suo esilio, e del suo stesso non voler tornare”[*2]. E’ talmente animato da questo interesse così predominante per il calcio, che si cala anche nei panni del napoletano appiccicoso e ossessivo, quando va in cerca di Marco nell’albergo e viene buttato fuori da una festa a cui non era stato invitato. L’ultima apparizione di Troisi coincide nel film con la partenza di Marco da Leticia, il quale gli lascia il suo indirizzo di Venezia invitandolo a passare da lui un giorno, quando si deciderà a tornare in Italia.
La caratteristica di Hotel Colonial è riferita al nuovo concetto di napoletanità suggerita da Troisi, concetto che si propone di capovolgere la figura del napoletano, ma in questo film il personaggio di Werner rappresenta e teorizza l’attaccamento alla napoletanità più tradizionale e verace. A differenza del suo primo film Ricomincio da tre dove cercava costantemente di rifuggire i panni dell’emigrante, diversamente in Hotel Colonial Troisi-Werner vi si identifica, forse per sentirsi vicino ad una situazione che, tutto sommato, gli è familiare e, forse, a lui più congeniale: non è riuscito a far fortuna perché se si adegua formalmente ai costumi del luogo in cui vive (cambia la bandiera della barca quando arriva sull’altra riva) non può accettare la violenza che domina i bianchi insediatisi come predatori. D’altronde risulta essere anche troppo debole per potersi opporre, e sceglie di mettersi da parte, in solitudine. Ma non esita a dare una mano agli Indios quando sono in difficoltà, popolazione questa presa di mira dai nuovi proprietari che assoldano dei killer per ucciderli e avvelenargli l’acqua. La scena dell’incontro di Troisi con una famiglia di indigeni che portano a seppellire l’ultimo nato nell’isola dei morti, tenendolo tra le braccia come se stesse dormendo, risulta essere una scena bella e toccante, che non ha nulla di patetico anche per l’assenza di parole dall’una e dall’altra parte.
Un altro elemento caratteristico del film è il dialetto. Non è certamente una novità il fatto che Troisi parli in dialetto, infatti, Werner è un barcaiolo in canottiera, che parla sempre in dialetto ed è invadente, soprattutto nei confronti del protagonista Marco. Ma diversamente dagli altri film in cui la sfera dialettale è quasi estesa a tutti i personaggi, in Hotel Colonial il dialetto di Troisi contrasta fortemente con l’italiano degli altri attori. Esiste qui quasi una sorta di demarcazione tra Troisi-Werner e tutto il resto del film, data soprattutto dall’utilizzo diverso dei moduli recitativi. Ancora una volta Troisi e il suo corpo, la sua fisicità. In Hotel Colonial ritorna questo tema, ma questa volta è visto in maniera dissimile, non più, infatti, come troppo presente, ma come corpo ‘fantasma’, che è suo ma è come se non gli appartenesse: “con la sua estemporaneità e ‘solitudine’ agisce come corpo estraneo e contundente nel film, quasi raccorda azioni e movimenti, dribbla domande su cose che non vorrebbe sentir dire … ”[*3].
Hotel Colonial, aldilà del discorso che può essere intrapreso sull’interpretazione di Massimo Troisi, è un film piuttosto interessante per diversi altri punti di vista. E’ un film che va capito ed indagato a prescindere dall’intervento e dalla partecipazione di Troisi. Nell’insieme il film si mostra lento, con ritmo scarno e con una recitazione talvolta improvvisata e sconclusionata. Ci sono inquadrature in primissimo piano (quasi dettaglio) piuttosto angoscianti, come la ricorrenza di inquadratura di un ventilatore, una sorta di leitmotiv, che può simboleggiare tanto la libertà quanto l’oppressione. Tutto il film è giocato in toni piuttosto scuri, sia nelle ambientazioni interne che in quelle esterne. Non possiamo dire che Hotel Colonial sia un brutto film, fatto male o senza criterio, ma sicuramente è strano ed intrigante, a tratti addirittura inquietante. Ci sono delle bellissime scene d’esterni, poiché è girato molto in ambienti naturali e incontaminati, per l’appunto in Messico, e poco in set d’interno.
Un nota negativa al film può essere attribuita alla presenza di troppe scene cruenti che esplodono all’improvviso e che forse potevano essere veramente evitate: come la scena del sanguinoso combattimento tra i galli all’interno di un vecchio capannone piena di gente malfamata che scommetteva sulla loro vittoria; e poi quella davvero atroce del tiro a segno-carneficina dei piccoli scimpanzé della foresta pluviale, dove Carrasco e i suoi scagnozzi si esibisce si esibiscono e si dilettano a far saltare per aria e ridurre in tantissimi frammenti i corpi e le teste di questi piccoli animali, sotto lo sguardo terrorizzato e catatonico di Marco.
Hotel Colonial è stato scarsamente apprezzato dalla critica, soprattutto perché poco conosciuto e di conseguenza poco analizzato. Del film Troisi ha detto: “ Il ruolo io l’ho un po’ riscritto. Però devo dire che questo è uno di quei film ai quali non rinuncerei nella mia carriera: per il Messico, per come sono stato lì due mesi, per la gente che ho conosciuto, sono stato proprio contento d’averlo fatto. Per quanto riguarda il risultato finale, è ovvio che non sono soddisfatto di niente, ma è talmente lampante … E’ uno di quei film che trova tutti d’accordo”[*4].
Commenti
Ave Salvo!
Intanto passaggio al volo: ho inserito il codice ean per agevolare la reperibilità del dvd e ho formattato i credits.
A stasera o a domani per i commenti
"La caratteristica di Hotel Colonial è riferita al nuovo concetto di napoletanità suggerita da Troisi, concetto che si propone di capovolgere la figura del napoletano, ma in questo film il personaggio di Werner rappresenta e teorizza l?attaccamento alla napoletanità più tradizionale e verace".
> Queste frasi sembrano contraddirsi una con l'altra.
Prova a snellire il periodo o a chiarirlo, modificandolo.
"Non possiamo dire che Hotel Colonial sia un brutto film, fatto male o senza criterio, ma sicuramente è strano ed intrigante, a tratti addirittura inquietante. Ci sono delle bellissime scene d?esterni, poiché è girato molto in ambienti naturali e incontaminati, per l?appunto in Messico, e poco in set d?interno."
> a questo punto ti domando notizie sulla carriera di Th Torrini.
Da quel che ricordo - vagamente - è rimasta (diventata?) una regista televisiva. Illuminami...
"Hotel Colonial è stato scarsamente apprezzato dalla critica, soprattutto perché poco conosciuto e di conseguenza poco analizzato."
> Non ho capito. Da quando la critica apprezza sulla base della "popolarità" d'un film? A quale critica alludi?
La critica - come entità - criticherebbe sulla base del materiale già pubblicato da se stessa?
E Troisi chiosa:
"E? uno di quei film che trova tutti d?accordo?, sembra in negativo.
Aiutami a sciogliere i contrasti anche di questo ultimo paragrafo, discusso nei commenti 4 e 5.
Stesso problema del commento 2.