Mulcahy Russell

Highlander, l'ultimo immortale

Autore: 
Mulcahy Russell
Non c'è tempo per noi
Non c'è posto per noi
Cos'è questa cosa che costruisce i nostri sogni
e tuttavia ci sfugge
Chi vuol vivere in eterno?
(Queen "Who wants to live forever")

Un esilio perpetuo dai ritmi dell'esistenza.
Il medievale villico Mc Leod (un Lambert poco francese, malinconico quanto basta, eroico non tanto da epurare atteggiamenti da uomo normale, insomma caratterizzazione riuscita), sguardo perso da ribelle ebbro di forza e speranza, ma anche attenagliato dalla terribile condanna di non amare, ora sa.

Sa di sapere.
Sa che non morirà mai. Perlomeno non morirà usufruendo di controvoglia delle ordinarie vie del morire predestinate ed invincibili per gli tutti gli altri esseri umani.
Ora sa.
Sa che l'amore, come il tempo, è uno scorrere inevitabile e continuo, caduco perché umano, umano perché destinato e imprigionato dalle leggi dell'essere: tutte le cose iniziano per finire, prodotti del mistero, universali e comunque contrassegnati dal consumo che a volte si intensifica fino a diventare mero e improduttivo logorio.
Lui ha il dono di non usurarsi. Ma putroppo per qualche bizzarro scherzo, forse ad opera di qualche dio pagano cattivo o dispettoso, tuttavia prova sentimenti umani, destinati a scontrarsi con il passare di tutto, tranne che di lui stesso.
Mc Leod sperimenta il suo destino sul suo viso che non si sfigura e non si immerge in rughe e deterioramenti cutanei e sottocutanei, su i suoi capelli che non incanutiscono, sulla vigoria sessuale che non cede agli spasmi del fiatone e alle ruggini dei muscoli invecchiati e magari alle languide ed inevitabili spire del calo del desiderio.
Mc Leod conosce la caducità beffarda e crudele dell'immortalità e nutrirà sentimenti contrastanti, perché il non morire gli regala la perfida e crudele esperienza di assistere alla visione della sua donna schiava delle leggi mortali, cioé la osserverà impietosamente sfiorire e abbracciare il lungo eterno sonno.
Mc Leod ora sa che non potrà amare. Potrà e deve resistere, in ossequio alle ancestrali leggi che vincolano la sua appartenenza ad un codice etico e comportamentale cui non può derogare, pena sì, stavolta, la morte e la fine del mondo che lui conosce.
L'amore è vita, ma anche morte. Un immortale ha delle difficoltà di tenere il ritmo nella musica che sgorga da una relazone riuscita.
Mc Leod è un Highlander, erede di una generazione di immortali che tende per implosione all'autodistruzione. Ne resterà soltanto uno, buono o cattivo che sia, ad irridere la morte. Perché questi moderni dei di un olimpo anglosassone e di vago sapore celtico sanno bene che l'immortalità è tutta una faccenda di testa. Se si perde la testa, in senso materiale più che metaforico, si muore come un ranocchio qualunque calpestato un viandante sbadato in bicicletta. E dunque ci si combatte tendendo alla decapitazione dell'avversario. La dura lex sed lex di questi animosi, rozzi e malinconici eroi senza tempo infatti prevede che ne resti soltanto uno, con tanto di testa e sventolio di cappello.
Ed il cattivo di turno, boia senza paura e con molto viscide macchie, è alla caccia anche di lui.
E allora Mc Leod si dedicherà allora alla sua causa, più o meno santa, più o meno fantasy. Ognuno ha il suo destino, anche coloro che potrebbero pure non morire mai.
Più.
O meno. A volte si muore dentro, e la sensazione è comunque amara
E in un discorso sull'immortalità o dalle serie invecchiando si migliora, la parte decisiva nella trama, eccellente nella recitazione, invidiabile nella classe e nel sex appeal è quella di Sean Connery, guida spirituale condensato in tipico humour britannico, mentore del Mc Leod, che dapprima resta incredulo e poi sempre più tenacemente avvinto se non convinto dalla sua mission da imperituro del bene.
E dalle terre di Scozia del medio evo si arriva ai nostri giorni, luci, elettricità, pistole e progresso...lo scontro finale è alle porte.
Tenetevi forte.
Il film è assai pregnante testimonianza di un certa movie-mania anni ottanta e seppur intriso da precise demarcazioni imposte dal genere fantasy accalappia-consensi al botteghino, risulta uno dei prodotti con meriti tecnici e contenutistici più degni di menzione di quegli anni che furono.
La regia è di tal Russell Mulchay, non certo uno sconosciuto a Hollywood e affini, regista di genere che qui forse trova energia vigore e soldi per dare linfa al suo indiscutibile talento, anche perché la gavetta d'elite a girare videoclip dà quel taglio moderno, efficace, mai ridondante, non solo alle azioni dove si srotolano le solite rutilanti battaglie medievali su poco fioriti campi di ingenue macchine parcheggiate nemmeno in divieto di sosta. Degna di onore al merito anche la fotografia di Alan Cameron e per gli allora comunque prodigiosi effetti speciali di Martin Gutteridge, tenuto conto che non eravamo ancora nell'epoca della dominazione Microsoft ed i computer portatili necessitavano di un camion con rimorchio, per essere trasportati. Più o meno.
Trama di connotazione fantastica ma che presta il fianco a letture filosofiche che docilmente stimolano gli apparati cerebrali più sensibili e intelligenti. Chissà che ne avrebbe detto, Dorian Gray, protagonista del romanzo di Oscar Wilde, lui che tuttavia l'anima l'aveva venduta, a proposito dell'immortalità. Non sapremo mai.
Epica la colonna sonora, marchiata a fuoco dai ora fragorosi ora intimisti pezzi dei Queen, tracks che non possono non ricondurre alla vicenda privata del leader di questo storico gruppo inglese, Freddie Mercury, perché nulla può arrestare l'emotività e l'impatto della struggente Who wants to live forever, riconducibile d'istinto alle drammatiche vicende del rocker, da lì a pochi anni stroncato dall'Aids, tra le prime vittime illustri e piante universalmente di questa malattia invincibile e terribile nel contempo.

"Eccoci. Nati per essere re.
Siamo i principi dell'universo.
Questo è il nostro posto. Combattiamo per sopravvivere"

(Queen, "Princes of the universe")

Assimilabile, per valore o intenti estetici, al film cult dotato di una sua intima e forte connotazione autonoma, per ciò che attiene agli spunti sui risvolti meno accettabili di patti o leggi innaturali o che comunque piegano la natura alla volontà e alla forza più schiettamente inumane, questa è una pellicola che ha sapore di tenera e crudele favola, girata con ritmi vertiginosi, dalle scenografie maestose, come l'indimenticabile passaggio di duelli poco amichevoli ma fraterni su coste e pendici delle terre anglosassoni ancora aspre e selvagge, con il giusto condimento di brivido e retorica manieristica ma anche con significati che esulano dalla mera didatticità della fiaba per tutti e che sussultano e trepidano negli animi inclini alla commozione riflessiva, inappagati dall'ovvio e in perenne balia delle incertezza.
"Chi vuol vivere in eterno? L'eternità è il nostro presente …Comunque chi aspetterebbe in eterno? "…domande senza risposta, oppure risposte che non meritano o non necessitano di domanda, film per tutti, significati abbastanza, risultato teniamoci la nostre eterne debolezze senza neanche sfiorare le insidiose e dimidianti trappole congenite al concetto di eternità pensato da semplici uomini.
 Russell Mulchay (Melbourne, Australia, 1953) ha esordito sul grande schermo  con il film Razorback - Oltre l'urlo del demonio nel 1984. Traendo notizie dal sito Wilkipedia (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Highlander_%28film%29), si ricordano oltre all'indecente seguito di questo film, Verdetto finale (1991) Una bionda tutta d'oro (1993) L'uomo ombra (1994) L'ultima spiaggia (On the Beach, 2000), remake del film omonimo del 1959 .
Ha diretto video storici come "Vienna" degli Ultravox, "Rio" dei Duran Duran e "Video Killed The Radio Star" dei Buggles, ma anche  XTC  "Making Planes For Nigel" ,  Duran Duran "The Wild Boys", Queen "A kind of magic"
 
SCHEDA
Highlander, l'ultimo immortale (1986)
 
Regia: Russell Mulcahy
Soggetto: Gregory Widen
Sceneggiatura: Gregory Widen, Peter Bellwood, Larry Ferguson
Direttore della fotografia: Andrzej Bartkowiak
Montaggio: Peter Honess
Interpreti principali:  Christopher Lambert, Roxanne Hart, Clancy Brown, Sean Connery, Beatie Edney, Alan North, Sheila Gish
Musica originale: Michael Kamen, Queen
Scenografia: Ricker Brad, Engel Jannk, Barbara Ling
Titolo originale: Highlander
Origine: Usa
Durata: 116 min.

 Elaborazione di un'opinione apparsa su ciao.it a cura del medesimo nel giugno 2006

Commenti

Tra gli ultimi recuperi, promesso. Un'altro centinaio e poi ci siamo. Scherzo. Una decina

"Trama di connotazione fantastica ma che presta il fianco a letture filosofiche che docilmente stimolano gli apparati cerebrali più sensibili e intelligenti."

> Se non ricordo male tutto è cominciato da un sogno (credo di Widen, ma posso sbagliare) - il film venne presentato come traduzione d'un lungo sogno su questi Highlander.

E' stato un film divertente e emozionante - tanto emozionante che mi verrebbe da dire "grande". A dispetto degli effetti - oggi clamorosamente deboli - e dell'inevitabile debolezza dell'intreccio.
Notevoli almeno due o tre pezzi della colonna sonora dei Queen (ocio a "Princes" non "Princess" of the Universe:). (Principi e non Principesse)

"Degna di nore al merito anche la fotografia di Alan Cameron"

> ocio all'onore!

eh, la scheda così va bene?

a voja!

http://www.youtube.com/watch?v=awTR2itFido ecco il mitico video di Wild Boys di Mulchay,grazie per avercelo fatto rispolverare:). Patrick era in fissa con le pale del mulino

beh...io ce so cresciuto con quella "roba". Sai Spandau Ballett vs Duran Duran era un po' come Roma- Lazio, ai tempi che furono :-)

Ricordo molto vago, anche qui la colonna sonora batte la pellicola. Almeno nella mia memoria.

"una faccenda di testa. Se si perde la testa, in senso materiale più che metaforico, si muore".
Grande dote l'ironia!

7. sai, quando la scrissi ero fiero di me. Dopo un centinaio di letture, sei la prima che apprezza. Ti sono doppiamente grato :-)

Ricordo che quando lo vidi da ragazzo mi piacque abbastanza, rivisto oggi fa un po' di tenerezza, ma resta un must della mia (nostra, Paolo) generazione. Ricordo anch'io la lotta all'ultimo disco Spandau Duran. Non amavo nessuno dei due gruppi, già ero totalmente immerso nell'ascolto degli U2 (The unforgettable fire è dell'84, The Johua Tree dell'87) e gli preferivo anche i Queen. La colonna sonora del film in questione, difatti, restò nota quanto se non più del film (slendida "Who wants to live forever").

9. >oddio...io parlavo della mia terza media (1983). Ho conosciuto al liceo poi prima i Pink Floyd e Springsteen, e l'anno successivo mi sono innamorato degli U2...i Duran egli Spandau sono finiti lì :-). Però mi ricordano le prime trasmissioni della mitica emittente Videomusic

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