Weir Peter

The Truman Show

Autore: 
Weir Peter

La leggenda vuole che Reprobo abbia attraversato un fiume col piccolo Gesù sulle spalle; da allora, fu battezzato “portatore di Cristo”. Cristoforo, appunto: e come tale fu fatto santo.
 
L’ideatore del mega-show televisivo, al centro del tredicesimo film di Peter Weir, si chiama Christof. Propongo che all’origine del nome sia fatto risalire un collegamento col santo, più che con Gesù. Una lettura forse un po’ astrusa e non so fino a che punto rispondente con le intenzioni degli autori, ma che favorisce – spero – la messa in risalto di alcuni temi portanti del film.
 
Christof ha concepito il programma, ha edificato la città di Seaheaven, ha creato il mondo di Truman. Nei riguardi di quel mondo èonnipotente e almeno in potenza onnisciente. Ne ha fondato la vita, ne guida gli eventi. Con Truman ha un rapporto di filiazione onnicomprensivo, che interessa cioè tutti gli aspetti fuorché quello biologico. E di più. Passo dopo passo ne ha formato l’esistenza, ha deciso in quale ordine scandire le tappe principali della crescita di Truman: la morte del padre in tenera età, il primo amore, il matrimonio, il lavoro. Addirittura tutte le parole che Truman si è sentito rivolgere nella sua vita sono figlie della vena creativa di Christof. Le ha scritte lui, sono una sua invenzione.
 
Onnisciente. Onnipotente. Onnicomprensivo. Questi tre termini definiscono la relazione dal punto di vista di Christof. Ora resta da domandarsi: e per Truman? Ebbene, benché ogni suo gesto si riferisca in qualche modo a Christof, Truman non ha una esperienza percepibile del suo creatore. Tutto rimanda a lui, che è ovunque pur essendo invisibile. È chiarissima isomma l’analogia con Dio. «Rise the sun», alza il sole – Christof comanda a un certo punto ad un suo operatore: su Seaheaven si sprigiona la luce anzitempo e la sua assimilazione a Dio raggiunge il vertice. Christof rende Truman in grado di avvertire il vero Dio, gli offre un saggio del vero Dio, lo mette in relazione col vero Dio. Nel cosmo chiuso del set televisivo, egli si fa Dio: ne è metafora, ne è il tramite, ne è cioè il portatore. È Cristoforo.
 
Con Christof, Truman ha lo stesso rapporto che noi abbiamo con Dio. In questo ci è assolutamente affine. Ma al di là dell’insolito elemento di base, è nella sua esistenza presa in generale che per tutti noi è molto facile identificarsi. Perché è un’esistenza lineare, che non conosce guizzi sorprendenti, costellata di pochi grandi snodi, e che si dipana all’interno di uno schema collaudato, prevedibile, precostituito. È un’esistenza-tipo.
 
Nasce, impara a camminare, va a scuola; trova un impiego, si sposa, progetta un figlio, e… gli anni passano e il cerchio si chiude. Alla polpa insapore della quotidianità sempre uguale a se stessa donano un pizzico di condimento i sogni: quello di poter dare ascolto una volta per tutte alle proprie più intime aspirazioni; quello di dar corso alla propria vocazione e lasciar perdere il resto; quello di una vita diversa. Per Truman, è il sogno di andare alle Isole Fiji per ritrovare la bella Sylvia, il suo amore negato.
 
Intanto gli anni passano e l’utilitaria avanza inesorabile nella sua tranquilla carreggiata, sempre contenendosi entro i limiti di velocità, all’insegna della prudenza. Intanto gli anni passano e sempre più i sogni si fanno fattori incongrui rispetto alla reale economia dell’esistenza, farfalle inopportunamente sgargianti cui per necessità vanno strappate le ali. Intanto gli anni passano e quel nodo di insoddisfazione non smette di crescere dentro la gola. E… finalmente il cerchio si chiude.
 
Come quella di Truman, a volte la nostra vita ci appare caratterizzata da una nauseabonda ripetizione, strascicata, impacciata in vischiose paludi, grigia, banale come una sit-com. Su di essa sembra non aver mai spirato il minimo alito di imprevedibilità. Sembra un oceano di indifferenza, sulla cui piatta superficie noi dondoliamo storditi e passivi, una sceneggiatura scadente, una fiction noiosa. Ci sentiamo sul punto di rassegnarci a che tutto sia stato preordinato, che niente sia sfuggito e possa mai sfuggire al calcolo serrato della matrice.
 
Pedine e non protagonisti dell’esistenza, ci facciamo vivere. Ci facciamo incasellare. Ci facciamo imbambolare. Dalle aspettative altrui. Dai talk-show. Dai governi. Dalle carte di credito. Dai media. Dai frigoriferi pieni. Dalla scrivania. Dalle partite di calcio. Dagli stilisti. Dai reality show.
 
È il ritmo dei codici a barre, la danza macabra del consumismo in tutto il suo splendore che lascia esangui le nostre vite appiattendole in un’unica massa informe. Un tema su cui si sono soffermate, di recente, altre belle opere del cinema americano più avveduto: Fight clubAmerican Beauty, The Matrix. E in Dead Poets Society, il prof. Keating ammoniva: «Fate in modo di non accorgervi in punto di morte di non aver mai vissuto». Nove anni dopo, Peter Weirè ripartito proprio da qui raccontando la vicenda diun uomo qualunque che prende coscienza della fondamentale insensatezza del suo vivere; che d’un tratto si accorge della finitezza del tempo ed esplode, rianima i suoi sogni e scappa.
 
L’assunto su cui si fonda lo show è, nelle parole di Christof (Harris), che «l’essere umano accetta incondizionatamente la realtà che si trova davanti». Per trent’anni tutto è filato secondo i piani. Per trent’anni, il docile Truman (Carrey) ha ingoiato la pappa stabilita dall’autore del programma, del quale a sua insaputa è stato il protagonista fin dalla nascita. Da bambino ha subìto la morte del padre, avvenuta in barca a vela durante una tempesta, decisa ad arte per infondergli un’insuperabile paura del mare, nella speranza di ancorarlo così all’immenso studio televisivo di Seaheaven fino alla morte. Ha accettato un impiego da assicuratore. Ha perfino sposato Meryl (Linney), la donna che Christof aveva scelto per lui, nonostante l’intrusione di Sylvia (McElhone), un’attrice pentita del cast che aveva cercato di rivelargli la verità, della quale lui in gioventù si era infatuato e che non avrebbe dimenticato mai più.
 
Però, piano piano, Truman capisce che c’è qualcosa che non quadra. Un giorno, addirittura, riappare inopinatamente suo padre: l’attore, che non aveva mai accettato di essere stato messo fuori dal cast, riesce ad intrufolarsi nello studio determinato a riavere la parte. Da quel momento, l’edificio fittizio di Christof prende a vacillare. È una insopprimibile sete di verità la molla che porta Truman a considerare più attentamente ciò che gli è accaduto in passato e ciò che ogni giorno gli accade. L’insincerità della sua vita gli appare via via più manifesta. Insoddisfatto da una “moglie” che lo sobilla, come copione vuole, con continue offerte commerciali al fine di assecondare i potenti sponsor del programma; insoddisfatto dal lavoro, nonostante le fasulle rassicurazioni del suo “migliore amico” Marlon (Emmerick), che senza posa gli canta le lodi dell’impiego fisso; Truman a mano a mano conquista coraggio e si convince di essere al centro di un gigantesco inganno.
 
Vincerà le sue paure. Smetterà, cioè, di accettare la realtà per come si presenta. Nell’umiliare la presunzione del suo creatore, dimostrerà la forza superiore del libero arbitrio umano.
 
Resta poco da dire. Probabilmente, Andrew Niccol (Gattaca) ha scritto quello che verrà ricordato come uno dei soggetti più ispirati e profetici degli anni Novanta. Quanto a Weir, qui, ha dato prova definitiva di essere una delle menti registiche più consapevoli e terse che ci sono in circolazione. Il suo stile si sostanzia in rari movimenti di macchina in genere funzionali al racconto. Le estemporanee forzature che si concede come istanza narrante fanno parte di un gioco diretto apposta all’esaltazione delle telecamere nascoste che seguono Truman in ogni sua mossa: ed è un gioco abile e intelligente che anzi rasenta il genio.
 
Trascinante l’interpretazione di Jim Carrey, sapientemente mefistofelica quella di Ed Harris. Raffinatissima la colonna sonora originale di Burkhard Dallwitz, così come la scelta dei brani classici operata da Philip Glass.
 
The Truman Show, in definitiva, è un capolavoro. Hollywood ha ritenuto di coprirsi di ridicolo ignorandolo agli Oscar.
 
Regia: Peter Weir.
Soggetto e sceneggiatura: Andrew Niccol.
Direttore della fotografia: Peter Biziou.
Montaggio: William M. Anderson, Lee Smith.
Interpreti principali: Jim Carrey, Laura Linney, Noah Emmerick, Ed Harris, Natasha McElhone.
Musica originale: Burkhard Dallwitz, Philip Glass.
Produzione: Scott Rudin, Paramount Pictures.
Origine: Usa, 1998.
Durata: 102 minuti.

 
Pk-., 14 gennaio 2004.
ISBN/EAN: 
8010773200011

Commenti

"Come quella di Truman, a volte la nostra vita ci appare caratterizzata da una nauseabonda ripetizione, strascicata, impacciata in vischiose paludi, grigia, banale come una sit-com. Su di essa sembra non aver mai spirato il minimo alito di imprevedibilità. Sembra un oceano di indifferenza, sulla cui piatta superficie noi dondoliamo storditi e passivi, una sceneggiatura scadente, una fiction noiosa. Ci sentiamo sul punto di rassegnarci a che tutto sia stato preordinato, che niente sia sfuggito e possa mai sfuggire al calcolo serrato della matrice."

Truman alla fine spezzerà la catena.
Io credo che ciascuno di noi possa (e debba) farlo.

Patrick, splendida pagina (al di là che Carrey proprio non mi piace!!!!).

(Mi raccomando, ultima Weir con il pezzo che sai, quel quattro mani su Master...)

"Probabilmente, Andrew Niccol (Gattaca) ha scritto quello che verrà ricordato come uno dei soggetti più ispirati e profetici degli anni Novanta" > quindi, obbligatorio ricordare & segnalare che qui il buon GATTACA manca (e ci cova).
Grazie per questa splendida serata di restituzione alla luce di passate imprese. Andiamo avanti così con questo ritmo, daghe!

?E in Dead Poets Society, il prof. Keating ammoniva: «Fate in modo di non accorgervi in punto di morte di non aver mai vissuto». Nove anni dopo, Peter Weirè ripartito proprio da qui raccontando la vicenda di un uomo qualunque che prende coscienza della fondamentale insensatezza del suo vivere; che d?un tratto si accorge della finitezza del tempo ed esplode, rianima i suoi sogni e scappa?

??piano piano, Truman capisce che c?è qualcosa che non quadra?.

Il film vale soprattutto perché tradisce. Si offre con l'amabilità della commedia e invece, strada facendo, accumula solo claustrofobia, solitudine, repulsione. Sono banditi le emozioni, i palpiti. Sembra raccontare un cammino esemplare dalla mistificazione alla verità, ma nel frattempo demolisce sadicamente certezze, affetti e sogni del suo eroe. Fino al finale, sommamente ambiguo tuttavia, in cui Truman:

?Vincerà le sue paure. Smetterà, cioè, di accettare la realtà per come si presenta. Nell?umiliare la presunzione del suo creatore, dimostrerà la forza superiore del libero arbitrio umano?. Scrivi, Patrick.

L'illusione che ha imprigionato Truman é finalmente morta, ora é libero di conquistare la realtà. Ma, al contrario di finali realmente liberatori, non c'è nessuna apertura di luce: la realtà è una porta aperta nel buio e nel nulla. Non c'è niente di buono, là fuori. Forse meglio l'incoscienza e l'inganno, meglio una vita già scritta e con risate pre-registrate, meglio l'happy end garantito di una qualunque soap.

Un film bellissimo, così la tua recensione. Grazie.

Raffaella

1. Anch'io penso che ciascuno possa spezzare le catene. Certo che bisogna esservi refrattari, c'è chi le catene le scambia per libertà.

2. Ok, presto in arrivo l'ultimo Weir. Per Gattaca non posso rispondere :)

4. Sempre altamente stimolanti le tue annotazioni, Raffaella. E' vero che il mondo esterno in questo film è "una porta aperta nel buio e nel nulla", come dici. Ma credo che Truman ne sia consapevole e nonostante tutto scelga con convinzione la via della fuga.

"Come quella di Truman, a volte la nostra vita ci appare caratterizzata da una nauseabonda ripetizione, strascicata, impacciata in vischiose paludi, grigia, banale come una sit-com. Su di essa sembra non aver mai spirato il minimo alito di imprevedibilità. Sembra un oceano di indifferenza, sulla cui piatta superficie noi dondoliamo storditi e passivi, una sceneggiatura scadente, una fiction noiosa. Ci sentiamo sul punto di rassegnarci a che tutto sia stato preordinato, che niente sia sfuggito e possa mai sfuggire al calcolo serrato della matrice".

Questo passo è esemplificativo del mio piacere a leggerti. Serrato, conciso, essenziale e non banale. Il film piacque molto anche a me, che come te (e molti altri, suppongo) sono rimasto assai sorpreso dell'esclusione dalle candidature all'oscar. Sicuramente, sia Weir che Carrey avranno avuto "problemi" (più Carrey che Weir, comunque più volte candidato, anche con l'ultimo, "Master and commander") con l'industria hollywoodiana.

"Come quella di Truman, a volte la nostra vita ci appare caratterizzata da una nauseabonda ripetizione, strascicata, impacciata in vischiose paludi, grigia, banale come una sit-com. Su di essa sembra non aver mai spirato il minimo alito di imprevedibilità. Sembra un oceano di indifferenza, sulla cui piatta superficie noi dondoliamo storditi e passivi, una sceneggiatura scadente, una fiction noiosa."

"Pedine e non protagonisti dell?esistenza, ci facciamo vivere"

Inutile fare finta. Succede. anche alle menti più accorte. Ci si difende, a volte si perde. Sta nelel cose. L'importante è piegarsi (e piagarsi) ma non spezzarsi.
Questi ed altri splendidi passi per confermare la tua chiusa > "uno dei soggetti più ispirati e profetici degli anni Novanta. Quanto a Weir, qui, ha dato prova definitiva di essere una delle menti registiche più consapevoli e terse che ci sono in circolazione".

***
Un film riuscito, ben interpretato e con delle sostanze tutt'altro che attinenti alla rassicurazione ed alla consolazione tipiche delle produzioni di massa. Assieme ai "poeti istinti" un altra mia preferenza (non saprei dirti dell'osannato America Beauty).

****
Nella mia modesta (forse :-D) opinione sei molto bravo, Drago. Davvero un piacere leggerti.

(sei assieme a Sofri, Baol - io, come ex editore di Karlsen, ho già testimoniato;). Compra Panorama, leggi l'ultima pagina)

(sei assieme a Sofri, Baol - io, come ex editore di Karlsen, ho già testimoniato;). Compra Panorama, leggi l'ultima pagina)

"Pedine e non protagonisti dell?esistenza, ci facciamo vivere. Ci facciamo incasellare. Ci facciamo imbambolare. Dalle aspettative altrui. Dai talk-show. Dai governi. Dalle carte di credito. Dai media. Dai frigoriferi pieni. Dalla scrivania. Dalle partite di calcio. Dagli stilisti. Dai reality show."
Aggiungo: ribelliamoci e riappropriamoci della nostra individualità, della nostra originalità e del nostro essere. (a margine, i frigoriferi pieni, segno della società opulente, li ricordo presenti anche nelle tue poesie).
Confesso di non amare molto Carrey, in ogni caso questo film mi ha sconvolto per la manipolazione, l'inganno cui è assoggettato il protagonista ed anche la sua evasione poi rimane come "sospesa", non lo si vede costruirsi una vera vita nuova..è terribile da questo punto di vista.
La tua presentazione è in goni caso magistrale.

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