L’attesa è lunga, smoderatamente lunga. L’intreccio racconta solo carcere, carcere e basta. Solitudine, isolamento e prigionia e l’ingegno di un uomo che fa di tutto per neutralizzarla. L’attesa è lunga a tal punto che dopo un po’ ci si chiede se mai avverrà una svolta, persuadendoci che forse tutto cospira verso una brutta fine, quella a cui non vorremmo mai assistere.
Francia, 1943. Durante la guerra, il tenente Fontaine viene rinchiuso nella prigione nazista di Lione. È condannato a morte, perché militante della resistenza francese. Sin dall’inizio si escogita per la fuga, focalizzando al dettaglio tutte le possibilità che il carcere gli offre. Non si lascia scoraggiare dallo sfortunato tentativo del suo amico Orsini e neanche quando deve condividere il posto in cui vive con un nuovo compagno di cella, un nuovo potenziale nemico. Anzi, lo coinvolge e nel corso dell’evasione ringrazierà il cielo di averlo incontrato. Alla fine i due riescono a raggiungere il loro obiettivo e superato l’ultimo muro, l’ultimo ostacolo, lo spartiacque tra morte e vita, non esultano, ma si perdono silenziosi nel buio della notte.
Bresson, non scopriamo niente, è un genio. Nessuno come lui racconta la tragedia senza dramma, senza affastellare la diegesi delle consuete formule narrative, senza scivolare nella retorica. E ce ne sarebbe stato ben d’onde in un’opera come questa che fa della libertà il proprio tema centrale. È un film liberatorio di quella libertà necessaria alla sopravvivenza mentale di ogni uomo e a un regista che ha fatto dell’anarchia, espressiva e politica, il proprio credo. Quella libertà che Fontaine anela senza disperazione, ma con un voice over estraniante che si limita ad oggettivare le sue intenzioni e le sue strategie. L’io narrante tocca qui i suoi vertici: adoperato per assimilare la storia a un fatto di cronaca e funzionale a spogliare l’intreccio dai triti artifizi – come d’altronde è detto nel cartello che introduce il film: “Questa storia è vera. Io ve la racconto com’è, senza ornamenti” – è un diario di viaggio, il countdown che detta al pubblico le condizioni e le istanze dell’attesa.
La messa in scena si staglia per purezza e semplicità. L’antesignano della nouvelle vague si concentra sui gesti – quei dettagli di quelle mani che lavorano, che si organizzano per inventare funi dai lenzuoli e dal fil di ferro, che limano senza sosta per aprire un pertugio con un cucchiaio truccato, che occultano i ciottoli di legno e gli indizi per rendere concreto qualcosa di impossibile – e sui primi piani – che non si risolvono mai in pianti e/o in isterismi contraddittori. Non c’è il minimo tentativo di contestualizzare – i riferimenti storici, ridotti all’osso, consentono all’opera di raggiungere una dimensione universale, di farsi davvero metafora di quella libertà che paradossalmente storicizza il regista, che sembra ammettere indirettamente la sua voglia di cancellare un’epoca fatta solo di soprusi, infamie e angherie. Un’epoca da dimenticare.
E nel finale, quando la nostra percezione già prevede rintocchi di campana e strizzate d’occhio o ancor peggio musiche invadenti che sublimano il momento, tutto si ricompone verso la naturalezza e la normalità: i due fuggitivi si allontanano in campo lungo, scende il nero, e il film finisce. Niente amplificazioni, niente sollecitazioni, niente intellettualismi, così com’è, come dovrebbe davvero essere.
Regia: Robert Bresson.
Soggetto e Sceneggiatura: Robert Bresson.
Direttore della fotografia: Léonce-Henri Burel.
Montaggio: Raymond Lamy.
Interpreti principali: François Leterrier, Charles Le Clainche, Maurice Beerblock, Roland Monod, Jacques Ertaud.
Scenografia: Pierre Charbonnier.
Produzione: Alain Poiré, Jean Thuillier.
Origine: Francia, 1956.
Durata: 99 minuti.
Commenti
Second me, il suo capolavoro.
"tutto si ricompone verso la naturalezza e la normalità: i due fuggitivi si allontanano in campo lungo, scende il nero, e il film finisce. Niente amplificazioni, niente sollecitazioni, niente intellettualismi, così com?è, come dovrebbe davvero essere".
> questo dovremmo vedercelo assieme, De'.
Film disossato e molto teso. Mi è piaciuto moltissimo.
il film non lo conosco, ma la tue rec è impeccabile poiché sintetica, ma precisa, essenziale ed efficace. Complimenti.
Appena Arpaeolia me lo passerà - la notte lo tiene custodito sotto il cuscino, il giorno lo porta con sé nel fondo della scarpa - potrò finalmente vederlo. E rileggerò con doppio piacere questo pezzo.
E com'è andata? Arpa me ne parlava quella notte dei mustacchi degli scoiattoli...
E quanto è bello questo film?
ma arpa ci pensa?
(...mmm...) :)
splendida recensione, mimetica.
questo macgyver ante serial è sano e determinato. è lucido e sobrio:
omero, e le sue vestizioni dell'eroe, ma senza neppure genealogie.
l'uso esclusivo di mozart come colonna sonora è il compimento della perfezione e dà quella piccolissima nota patetica che ci permette di compiacerci.