Gli uomini del titolo sono uomini a metà: reduci di guerra, paraplegici condannati alla seggiola a rotelle. Un incipit stilizzato e inesorabile pennella l’azione di battaglia in cui Bud Wilozek viene ferito alla schiena e muove le gambe per l’ultima volta. Il volto sudato che si piega in smorfie di dolore e sgomento, e la voce disperata che in fuoricampo descrive la scena, attorcigliandosi in un saliscendi di ironia e strazio, sono di Marlon Brando al suo tremendo debutto cinematografico. Subito dopo, lo vediamo contorcersi in un letto di ospedale. «Sono sopravvissuto. Dovrei sentirmi fortunato?», si chiede fra sé e sé prima dell’arrivo di Ellen (Teresa Wright), la ragazza che durante la guerra lo ha atteso con pazienza e che ora lo vuole aiutare. Lui la maltratta, la accusa di confondere la compassione con l’amore. La insulta: «Brutta stupida», le ringhia addosso un giorno.
Forse ne fa una questione di orgoglio, fatto sta che Ellen non desiste. Si presenta al letto di Bud con regolarità cocciuta, animata da esaltata premura, da uno strano zelo infermieristico. Durante la guerra ha lavorato, gli dice; sarebbe in grado di mantenere entrambi; lo rivuole indietro, per i quattro anni che non l’ha avuto. Alla fine riesce a smuovere qualcosa nel dolore bloccato di Bud. Di tanto in tanto i suoi tratti si stendono in qualche breve sorriso, peraltro insegnando al pubblico quanto solare possa essere il volto di Brando: capace in un attimo di schiudersi alla speranza, illuminarsi di ottimismo e poi tingersi ancora di cupa amarezza con uguale talento.
Piano piano migliorano i rapporti con gli altri paraplegici dell’ospedale. Con qualcuno di loro sembra perfino instaurarsi una vera solidarietà e rompersi l’insana dipendenza fondata sulla condivisione dello stesso male. Piano piano, insomma, Bud ricomincia a vivere. Partecipa con entusiasmo alle speciali attività di riabilitazione, gioca a basket, nuota, si esercita in palestra; presta ascolto ai consigli dell’ostico primario («Sono un idraulico del corpo umano e basta»); accetta di sposare Ellen.
Dire di sì non è stato facile. In ballo ci sono molti elementi. Anzitutto la sensazione di un’identità maschile violata, che affiora ineluttabilmente dall’intraprendenza della propria compagna; dal dover dipendere, cioè, in tutto e per tutto da lei, delegandole l’autorità di capo famiglia, e dal non poter assicurare, in fin dei conti, né la fecondità né la soddisfazione sessuale. Fra gli uomini paralizzati dell’ospedale, per di più, circola un brutto sentimento di diffidenza nei confronti del sesso femminile. Sono certi che nessuna donna, date le condizioni, possa davvero amarli. Chi si prenderebbe un uomo che non sta in piedi da solo neppure al suo matrimonio? Ogni interessamento, per forza, deve celare un secondo fine. I soldi, ovviamente: i 380 dollari d’indennità mensile che il governo concede ai reduci invalidi. L’ipotesi è risibile, tanto modesta è la somma; ma la paura e il senso di inadeguatezza agitano qualunque spettro, offendono la dignità, incoraggiano la sfiducia e l’irascibilità. Muovono al conflitto fra i sessi e rovinano i rapporti di coppia. Nonostante l’allenamento, alla cerimonia Bud barcolla e cade prima di pronunciare il suo sì. Il ripensamento fatale coglie Ellen qualche ora dopo.
Lui si produrrà in una violenza cieca, fra sbronze, incidenti stradali, risse ai bar, in un saggio esemplare della romantica istintività di Brando. Lei poi ci ripenserà e lo pregherà di tornare, finalmente risoluta a votarsi al suo destino di infermiera. L’epilogo felice, comunque, non toglie di integrità a un film che scruta con passione, talvolta perfino con un tocco di crudezza quell’autodafè di generazioni maschili che la società americana ciclicamente si impone: un piangere sulle proprie ferite che darà frutti cinematografici assai noti dopo la guerra del Vietnam. Teresa Wright, purtroppo, non sa conferire spessore a un personaggio femminile che l’avrebbe meritato. Fred Zinnemann, con la sua regia nitida ma coinvolta, si prepara ai trionfi di “Mezzogiorno di fuoco” e di “Da qui all’eternità”.
Patrick Karlsen.
Regia: Fred Zinnemann.
Titolo originale: The men.
Soggetto e sceneggiatura: Carl Foreman.
Direttore della fotografia: Robert de Grasse.
Montaggio: Harry Gerstad.
Interpreti principali: Marlon Brando, Teresa Wright, Everett Sloane, Jack Webb, Richard Erdman, Arthur Jurado.
Musica originale: Dimitri Tiomkin.
Produzione: Stanley Kramer, Columbia Pictures.
Origine: Usa, 1950.
Commenti
Ho ripristinato la locandina, Buccia;). Era il minimo.
> Hai pensato a un'analisi comparata con Nato il Quattro Luglio? Non ti sembra adeguata, come integrazione? Magari con un richiamo semidelirante all'Altman di M.A.S.H. o al librone immenso di Heller, Comma 22, per estendere le letture sulle anti-epiche belliche...
Adeguatissimo suggerimento e provvvidenziale il recupero della locandina. Mi hai tolto di imbarazzo... ;)
Direi che anche questo, se non ricordo male, è uno dei migliori Brando di sempre. Epocale!
Secondo me il Brando migliore di sempre è quello di "Fronte del porto"..
Secondo me è quello di Un tram che si chiama desiderio. Tra ieri e oggi, discreto omaggio a Brando (parallelo a quello a Burton).
Il miglior Brando di sempre? Facile. "Queimada!" - scherzo.
Dico Apocalypse Now. Senza pensarci troppo.
"quanto solare possa essere il volto di Brando: capace in un attimo di schiudersi alla speranza, illuminarsi di ottimismo e poi tingersi ancora di cupa amarezza con uguale talento".
> qui ritrovo qualcosa di Brando che non riconosco nell'erede Johnny Depp. Forse è proprio in queste righe la fonte della distanza tra i due. Depp è sempre a un passo dal delirio e dalla follia, non lo ricordo passare dall'allegria all'amarezza in un momento; ma da entrambe al delirio senza dubbio.