Tool

Lateralus

Tool
A volte è difficile spiegare cosa si prova.
Non si possono descrivere alcuni tipi di emozioni.
Non si può.
Soprattutto quando ti ritrovi ad ascoltare, in silenzio, la notte.
E non ti rendi conto cosa sta accadendo dentro il tuo corpo, nell’anima, nella mente. Un brivido lungo la colonna vertebrale. Lungo, affascinante, di cui non puoi fare a meno.
Perché lento ti turba, ti scuote, ti trascina in un viaggio artificiale da cui ti puoi ridestare solo quando “loro” finiscono di suonartele.
Apri la confezione, e invadente la copertina plastificata/trasparente mostra i muscoli scoperti di un uomo, fiammelle a forma di occhio lo circondano
come spiandolo, spiandoti, dal cielo un cono circondato da una spirale lo buca in mezzo ai polmoni
. Sicuramente un simbolo che forse un giorno scoprirò cosa voglia dire.
13 brani.
1 ora e 18 minuti.
Sono pronto. Sono vostro.
Premo Play. Inizio questo viaggio.
Scorre la bobina, si sente il rumore.
Poi martellante la batteria sui timpani.
Il basso, la chitarra distorta nervosissima.
Percussioni. Voce paurosa.
Silenzio. Solo un riff di basso pieno di Chorus. Adoro questo bassista e il suo suono. Poi il sound del gruppo mi avvolge. Già sono assuefatto.
The grudge” scorre ora, potente, nelle cuffie. Dipingere una canzone dei Tool, canzone che dura circa 8 minuti, è compito fin troppo ostico e complicato. Spiegare che tipo di “struttura canzone” usano è ancor più difficile. Visto che spesso, una struttura non c’è. Perché i quattro
musicisti che si cimentano in questo progetto giocano, si divertono, impazziscono seguendo percorsi che riescono solo loro a costruire ed immaginare, un personalissimo “trip” che riescono comunque a districare con incredibile maestria ed
eleganza. Perché mai, le cose sono fatte a caso. Mai un ritornello, strofa o strumentale sono messi lì tanto per metterci qualcosa, tutto scorre naturalmente e con incredibile bellezza e potenza.
Tutta questa premessa mi è servita per sentirmi 4 volte questa canzone che alterna in sé diversi momenti di calma apparente, accompagnati da sciabolate di chitarra. Da stacchi, accompagnamenti tribali di rara potenza di batteria, dalla voce splendida di Maynard James Keenan, dal basso avvolgente di Justin Chancellor.
Strepitoso a dir poco il finale che è in effetti un incredibile crescendo di tutti gli strumenti del gruppo. Apoteosi.
Eon Blue Apocalipse” è uno strumentale di circa un minuto di sitar che accompagna a braccetto l’arpeggio di chitarra “effettatissima” di “The patient”. Stupendo il riff di basso con il wha che precede la voce che insieme al rullante suonato sul bordo creano una atmosfera molto dark, ipnotica, meravigliosa. Poi esplode, potente, devastante. La voce, per Dio, è stupenda così come la chitarra, che taglia e cuce martellando il ritmo incalzante di batteria e basso. Ancora silenzio. Sussurri. Ancora un’esplosione e il solo di chitarra che malatissimo si trasforma come un serpente in questo finale, il wha-wha che canta con la voce. Delirio allo
stato puro fino alla fine e percussioni, ancora sussurri. Meraviglia.
Mantra” un minuto di un suono che t’ipnotizza e poi il mio riff di basso preferito di questo album.
Che “Schism” abbia inizio ora.
Come un puzzle, la batteria si incastra e frecciate di chitarra aleggiano mentre la voce si insinua, quasi sussurrando. Poi la canzone si apre, e si richiude ancora su se stessa e poi a chitarra esplode. La poesia che viene dallo squadrettarsi, e il cerchiare la valorizza, trovando la bellezza nella dissonanza. Un frammento simile all’inizio si incastra, poi la calma apparente. Sembrano gocce di suoni che si alternano in vicinanza, in
lontananza, il canto, l’esplosivo finale, potentissimo. Spettacolare Danny Carey che la fa da padrone esaltandosi ad ogni cambio di ritmo, sgorga centinaia di stacchi azzeccatissimi sui tamburi. Splendido.
Accordi di basso arpeggiato accompagnano la voce in questa “Parabol” che è
in effetti un intro per “Parabola” che inizia distortissima, facendomi sobbalzare dalla sedia, incalza subito con un “fill” di basso e batteria molto particolari, con i soliti, si fa per dire inserti di chitarra che squarciano in due la canzone, facendola ancora di più avvelenare. “Vivo, Io In questa sacra realtà, in questa sacra esperienza, Scegliendo di essere qui in questo corpo. Questo corpo che mi regge. Sii il testimone che non sono qui in questo corpo, questo corpo che mi regge, sentendoti eterno. Tutto questo dolore è un’illusione”. Stacco, il basso cavalca la canzone, ne rallenta la percussione, poi riaumenta, fino agli stacchi finali.
Con un arpeggio della “sei corde” che ci accompagna a un “fill” tribale di tamburi che detta i ritmi per la chitarra e il basso che si rincorrono per tutto l’inizio, “riffandosi” a vicenda. Il canto è quasi rappato, cattivo, nervosissimo; quasi metal, la strofa e l’inciso, distruggono potenti.
 
Ticks & Leeches” diventa calma, la chitarra disegna una ragnatela di accordi insieme al basso meravigliosa, attendendo dei colpi sui piatti, poi sui tamburi e i tom, e poi l’esplosione corale distorta micidiale, la batteria sembra marciare anche quando l’assolo di Adam Jones (chitarra) stortissimo taglia e affetta il ritmo. Impressionante davvero, la potenza di questo
quartetto. Non è descrivibile. Mi sento sempre più matto mentre scrivo queste pagine. Mentre decido se continuare, l’arpeggio di chitarra di “Lateralus” raccoglie tutte le mie energie. Da lontano la batteria e il basso si insinuano e la canzone prende corpo distorta e poi si ammorbidisce per far entrare il canto. Quasi tribale il ritmo che viene tenuto interamente dalle pelli dei tamburi e poi il basso e la chitarra, ancora disegnano un delizioso ricamo di accordi e arpeggi, esplodendo poi. “Pensarci sopra, analizzare separa il corpo dalla mente facendo appassire le mie intuizioni, e devo nutrire la mia volontà per sentire il momento, disegnando strade fuori dalle linee”. Il ritmo iniziale riprende, e silenzio solo il basso cammina oscuro, il charleston illumina la voce che sussurra ancora, incalza ora la batteria che freme per esplodere ancora, la chitarra la incoraggia ora in un solo di wha-wha spettacolare, imbevutissimo di alcool, straziante – ci porta diritti al finale che è a dir poco meraviglioso, con il basso che scompare e appare, a destra e a sinistra come una grossa sirena, la voce potente, tritura, FENOMENALE. Questo pezzo è il mio preferito. 9 minuti
circa, di meraviglia musicale.
Non faccio neanche in tempo a sentire l’adrenalina espandersi nel corpo che “Disposition” inizia. Un arpeggio di basso, con un suono pauroso di chorus e delay e non so cos’altro, percussioni e chitarre sparse per questo tappeto che si adagiano, si rialzano, camminano percorrono la voce, quasi nascosta tra i suoni.
Una brevissima “suite” di gusto sopraffino. Rimbalza a distanza una percussione, che poi prende forma in un ritmo tribale. Cicciotto di compressore il basso entra arpeggiato, feedback di chitarra. “Reflection” incomincia così in questo percorso che durerà la bellezza di 11 minuti. Pericolosa la 6 corda inizia a suonare distorta in lontananza; chiedendo spazio, inizia a martellare nascosta insieme alla voce. Le percussioni si trasformano in rullante, tamburi, piatti, tom e cassa, come un camaleonte poi ritorna percussioni per rimanere sola con la voce. Si sale di nuovo piano, insieme, tutto il gruppo macina suono. Partendo dalla chitarra che squarcia ancora la notte con un solo, tirando ancora di più la tensione. Credetemi è come sentirsi davanti ad una porta che prima o poi sai che si aprirà, ma che bastardo ti tiene sulle spine fino alla fine. Non ci sarà mai una esplosione, ma la sensazione di essere su dei carboni ardenti, agitatissimi è davvero notevole.
 
Triad” mi fa rendere conto che sono le 5 del mattino e che sarebbe ora di dormire.
Giusto il tempo di raccontare le mie sensazioni su questi due ultimi pezzi.
Questo è uno strumentale. Distorto, piuttosto potente e nervoso, dove come sempre la batteria butta suono a tonnellate insieme alla chitarra, e al basso. Alti e bassi e il micidiale allungo finale spacca muro.
Faaip de Oaid” conclude con noise, feedback, rullante scordato rumori vari questo album.
Che dire, mi scuso per la lunghezza e la fumosità di queste pagine ma descrivere questo album è davvero difficile. Soprattutto farlo con due parole. Per la vastità di arrangiamenti, suoni e testi delle canzoni.
Dovevo parlarne in qualche modo.
 

Maynard James Keenan – Vocals
Justin Chancellor – Basso
Danny Carey – Batteria
Adam Jones – Chitarra
Mi hanno tenuto sveglio in questa notte, ipnotizzandomi con la loro musica.  
Ore 05:05.
 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE E BREVI NOTE
Lateralus, Volcano 2001
Aenima, Volcano, 1996.
Undertow, Zoo, 1993.
Opiate, Ep, Zoo, 1992.
 
Band formata a Los Angeles, nel 1991.
 
Approfondimento in rete: Sito ufficiale / Fan Site Italiano
Note biodiscografiche: allmusic.com.
Recensioni: KalporzScaruffi / Onda Rock
 

 
Fabio Mele, settembre 2004.
Recensione apparsa su Lankelot.com e ciao.it

Commenti

Che spettacolo quando scrivi di musica, Fa'.
Grosso.

Sarà anche bravo di musica, il gentile dr caraffa, ma parlasse una volta almeno di qualche gruppo conosciuto.......

Charlie, pronta per te una rec su Albano!! Poi di che non ti penso! ;)

Adesso sì che si ragiona!

marooò!!!!!! se non fossi inciampata in questo scritto... che vita inutile avrei vissuto... non ci voglio pensà, va. ; D
grazie eddie! for ever...

"Mention this to me
Mention something, mention anything
... and watch the weather change."

"A volte è difficile spiegare cosa si prova.
Non si possono descrivere alcuni tipi di emozioni.
Non si può."

dici? tu puoi! com'è che te l'ho commentata..?! una cosa tipo: non li conosco e mi li hai fatti ascoltare con le tue parole.(ahahha)
so ancora malata di musica dott. brocca..! ;D

Ma si trova in Italia dott? O devo andare sino in Ungheria? ;)

ungheria?!?

...

I have come curiously close to the end, though
Beneath my self indulgent pitiful hole. defeated i
Concede and move closer. I may find comfort here
I may find peace within the emptiness. how pitiful.

Its calling me
...

And in my darkest moment, fetal and weeping.
The moon tells me a secret. my confidant.
As full and bright as I am, this light is not my own
A million light reflections pass over me
Its source is bright and endless.
She resuscitates the hopeless
Without her we are lifeless satellites drifting.

And as I pull my head out
I am without one doubt
Dont want to be down here
Feeding my narcissism i
Must crucify the ego
Before its far too late
I pray the light lifts me out

Before I pine away.
...

So crucify the ego
Before its far too late
To leave behind this place so
Negative and blind and cynical

And we will come to find
That we are all one mind
Capable of all thats
Imagine the unconceivable

Just let the light touch you
And let the words spill thorough
Just let them pass right through,
Bringing out our hope and reason.

Before we pine away.
...

(Relection)
la mia preferita. ma "Disposition" la introduce...

(reflection)

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