Michael Davemport, il reporter della rivista Enigma, è nuovamente protagonista nel secondo capitolo della trilogia vampiresca di Clanash Farejon (anagramma di Alan John Scarfe), dopo “I vampiri di Ciudad Juarez”. Abbandonato quel Messico che per i suoi orrori continuerà ad essere ricordato anche durante la nuova ed inquietante avventura, ci troviamo adesso nella New York devastata all’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001.
E’ probabile che “11 settembre” di Giorgio Radicati, come scrive nella prefazione Joseph LaPalombara, per essere un libro di memorie possa risultare un po’ breve, ma di sicuro è una brevità che almeno ha il pregio di mostrare al lettore l’evidenza di avvenimenti disastrosi altrove diluiti nella retorica dello scontro di civiltà, oppure in un sempre remunerativo esercizio di complottismo.
Immaginatevi per un attimo la situazione in cui un vostro ex compagno di studi con il quale avete condiviso lezioni, avventure sentimentali, concerti, magari anche un gruppo musicale si trasformi nel terrorista numero 1 al mondo ed immaginatevi anche di diventare voi stessi uno degli obiettivi del terrorista. Immaginatevi anche di trovarvi invischiato in una storia malatissima per cercare di fermarlo. Come vi sentireste se tutto ciò accadesse? Immaginate anche di essere una persona normale, con una famiglia, un figlio e di trovarvi sequestrato e di rischiare la morte. Riuscite a farlo?
Undici articoli e saggi brevi di Gore Vidal, pubblicati tra 1992 e 2002, sono raccolti in questo “Le menzogne dell'impero e altre tristi verità” (Fazi, 2002), libretto che ha guadagnato tutte le caratteristiche del documento storico-politico a nemmeno dieci anni dalla prima edizione. Scopriamo perché, preparandoci sin d'ora a un po' di tumulto interiore per i contenuti dell'opera.
THE ONLY THING WE HAVE TO FEAR IS FEAR ITSELF. Il filosofo norvegese Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l'indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà. È una convinzione che non possiamo non condividere. In gioventù abbiamo letto “La scimmia e l'essenza” di Huxley e abbiamo imparato che il potere si regge su tre pilastri: paura, nemico, nazione. L'unico dei tre ad avere senso e futuro è il terzo.
Napoli, 11 settembre 2001. Andrej Longo racconta la tragedia delle Torri Gemelle da una prospettiva piccolo borghese o proletaria partenopea, assemblando una serie di storie legate in maniera tendenzialmente marginale a quanto sta accadendo oltreoceano; ne deriva uno spaccato antropologico ed esistenzialista della Napoli contemporanea, una sorta di mostra di acquerelli dipinti en plein air per raccontare la storia del popolo della sua città a cavallo tra un secolo e l'altro, nel giorno in cui l'Occidente ha vacillato per la ferita della nazione più potente e ricca del mondo.
"9/11" è definibile come una "graphic non-fiction" (prima tiratura americana di 100.000 copie), che ha fatto seguito a "L'ombra delle torri" di Art Spiegelman, il creatore di Maus: i devastanti attentati di New York, Washington e Pennsylvania, avevano perciò già avuto un degnissimo tributo a fumetti, ma non nei termini dell’opera di Sid Jacobson e Ernie Colón, dove i due autori sono riusciti a raccontare, senza troppo banalizzare, i complessi avvenimenti che hanno preceduto e seguito il primo attacco di guerra in terra americana.
Come può un artista dichiarare il proprio dissenso, tutta l’amarezza per l’imperialismo e per l’aggressività neocolonialista della sua nazione, tutta la perplessità per la paradossale condizione di vita di cittadini costretti a un’esistenza precaria e a uno stato di guerra senza fine?
LA RIMOZIONE DELLE MACERIE.
Tre reportage, originariamente apparsi su “The Atlantic Monthly” nel 2002, nati per «elaborare una qualche risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre». La prima difficoltà si presenta al momento di catalogare questo volume. Non si tratta certamente di fiction, come vorrebbero i (non pochi) detrattori dell’autore negli States: l’ambizione di Langewiesche era quella di scrivere una «storia del presente», scevra da quel «sentimentalismo malsano» sobillato dai media e dalle forze politiche e, per quanto possibile, «neutra».
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